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Haiti

 

Un ospedale da campo allestito nei pressi dell'aeroporto di Port-au-Prince, Haiti. L'infermiera è tornata nel suo paese natale per aiutare i connazionali
Un ospedale da campo allestito nei pressi dell'aeroporto di Port-au-Prince, Haiti. L'infermiera è tornata nel suo paese natale per aiutare i connazionali ©UNICEF/HQ2010-0029/Roger LeMoyne

Haiti, diario dalla fine del mondo

18 gennaio 2010

Tamara Hahn, portavoce dell'UNICEF per l'America Latina e i Caraibi, è in queste ore a Port-au-Prince, capitale di Haiti, per documentare l'azione dell'UNICEF per i bambini vittime del terremoto. Questa è la prima parte del suo racconto

Stamattina sono andata a visitare un ospedale da campo istituito presso la base logistica della missione di pace dell’ONU (MINUSTAH). L’ospedale è costituito da due grandi tende da campo, affollate all’inverosimile di persone gravemente ferite a causa del terremoto.

 

Le condizioni sono disperate: cibo e acqua scarseggiano, sia per i pazienti che per i medici. Non ci sono gabinetti, il che significa che feci e urine sono riversate dietro le tende, e gli arti amputati vengono gettati insieme alla spazzatura.

 

Non c’è un obitorio, i cadaveri sono accumulati su un lato della tenda. Oggi hanno attrezzato una sala operatoria che fa principalmente amputazioni e cura le ferite infettate, la principale minaccia per la sopravvivenza dei feriti. Al momento non è possibile eseguire interventi chirurgici di altro tipo, attrezzature e scorte di farmaci sono ridottissime.

 

Nella confusione di singhiozzi e grida di dolore, vedo cinque bambini nella loro culla. Sono soli, senza nessun genitore che si occupi di dar loro da mangiare, pulirli o tener loro la mano.

 

Una bambina di due anni, affetta da paralisi celebrale, è arrivata all’ospedale disidratata e in stato di shock e ora si trova in una culla a piangere, da sola. Non ha ferite gravi e potrebbe tornare a casa, ma nessuno conosce il suo nome, o dove cominciare a cercare la sua famiglia C’è un cartellino ai piedi del suo letto che dice semplicemente: “Baby girl”.

 

Stesso dicasi per Sean, 7 anni, che è arrivato piangendo e invocando i suoi genitori. Se ne è rimasto rannicchiato in posizione fetale per 12 ore. Dal poco che ha detto alle infermiere, ha visto morire entrambi. Ha piccoli graffi, e gironzola per l’ospedale da campo parlando con altri pazienti, ma i medici sono dubbiosi se dimetterlo, perché non sanno da chi andrà e chi si prenderà cura di lui.

 

A Port-au Prince ci sono potenzialmente centinaia o forse migliaia di altri bambini nella sua stessa situazione. Alcuni si trovano in un ospedale, altri invece vagano per strada, senza accesso all’acqua potabile, senza cibo ed esposti al rischio di violenze e rapimenti.

 

Anche se non hanno riportato danni fisici, questi bambini hanno comunque subito gravi traumi psicologici, cicatrici che dureranno per tutta la loro vita. Più degli altri essi sono a rischio di malnutrizione, malattie, sfruttamento sessuale e tratta.

L’UNICEF sta allestendo due centri temporanei in cui accogliere 200 bambini nelle condizioni di Sean e di “Baby Girl”. Queste strutture saranno un luogo sicuro in cui cominciare ad affrontare i bisogni più pressanti di questi bambini, mentre si avviano le ricerche dei loro congiunti sopravvissuti al disastro.

Per coloro che non potranno essere ricongiunti alle famiglie dovranno essere individuate soluzioni alternative.

(leggi la seconda parte)



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