Zero mortalità infantile: si può fare, si deve fare
29 settembre 2011
«Arrivare a zero non è un sogno, si può fare e quindi si deve fare». Le parole di Anthony Lake catturano l’uditorio, nella sala ad anfiteatro della sede romana dell’UNICEF Italia gremita di giornalisti, testimonial, partner aziendali e volontari dell’organizzazione riuniti per il lancio della nuova campagna contro la mortalità infantile. Il cui titolo è, eloquentemente, “Vogliamo Zero”.
«Bisogna arrivare a zero partendo dagli ultimi, dai dimenticati. Non solo perché è giusto, ma anche perché è la strategia più efficiente ed efficace» ribadisce Lake, una vita trascorsa nella diplomazia statunitense e un presente di Direttore esecutivo del Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia.
Appena rientrato da un cordiale incontro con il Capo dello Stato (prima volta di un direttore UNICEF al Quirinale), Lake traccia un quadro nitido della situazione.
I progressi sanitari e sociali hanno permesso in questi ultimi anni di imprimere un’accelerazione alla discesa della curva della mortalità infantile globale. Oggi nel mondo muoiono ogni anno 7,6 milioni di bambini di età compresa tra 0 e 5 anni, rispetto agli oltre 12 milioni del 1990: una riduzione del 36% in soli 20 anni, il tempo di una generazione.
Questo significa però che ancora circa 21.000 bambini scompaiono ogni giorno: un prezzo intollerabilmente alto, pagato per lo più a infezioni banali e alle carenze di igiene e di cure in età pre e perinatale. Man mano che i tassi di mortalità infantile decrescono, i decessi si concentrano nei luoghi della vulnerabilità: i primissimi giorni di vita, le fasce sociali più povere e meno istruite, le aree rurali sprovviste di servizi sanitari di base.
I progressi degli ultimi decenni sono stati sorprendenti, ma se vogliamo ridurre ancora l’incidenza dei decessi infantili, dice Lake, dobbiamo raddoppiare gli sforzi.
Un successo che si può riprodurre
Bisogna ripercorrere la strada tracciata dall’Italia e dagli altri Paesi industrializzati, suggerisce Linda Laura Sabbadini, direttrice del Dipartimento di Statistiche sociali e ambientali dell’ISTAT, che presenta i dati principali dell’indagine comparativa tra Italia e Paesi in via di sviluppo appositamente realizzata per l’UNICEF.
«Nel 1861, anno dell’Unità, l’Italia aveva livelli di mortalità infantile spaventosamente alti, più di qualsiasi paese africano odierno. In questi 150 anni abbiamo rincorso e spesso superato nazioni ben più ricche di noi, per diventare uno dei Paesi al mondo in cui la sopravvivenza di un bambino è maggiormente garantita».
Prendendo l’evoluzione della mortalità infantile in Italia come pietra di paragone rispetto ai Paesi in via di sviluppo, possiamo idealmente compiere un singolare viaggio nel tempo: oggi il Ciad ha tassi di mortalità tra 0 e 5 anni analoghi all’Italia della Prima guerra mondiale, mentre l’India si colloca all’altezza dei nostri anni ’60. Persino gli Stati Uniti sono “indietro” rispetto a noi di una quindicina d’anni, mentre Cuba si attesta intorno al nostro 2000.
Se però facciamo lo stesso paragone non con i dati di oggi ma con quelli del 1990, ci rendiamo conto che alcuni Paesi hanno compiuto progressi straordinari.
«Negli ultimi 20 anni, paesi come il Mozambico o la Sierra Leone hanno compiuto progressi pari a quelli che l’Italia aveva fatto in 30-35 anni. Persino l’Afghanistan flagellato da interminabili guerre ha sensibilmente ridotto i suoi pur altissimi tassi di mortalità» spiega Sabbadini. «Questo vuol dire che oggi i Paesi poveri possono aumentare le speranze di sopravvivenza dei loro bambini a un ritmo ancora più rapido di quello sperimentato da noi. A patto di volerlo, ossia di investire nelle cause principali della mortalità in età precoce».
Piccole misure di grande efficacia
Esiste una ricetta per avvicinarsi a questo risultato. Misure salva-vita a basso costo ed elevata efficacia, come quelle che elenca Alberto Angela, neo-ambasciatore dell’UNICEF e principale testimonial - insieme a Lino Banfi, pure presente in sala - di “Vogliamo Zero”: zanzariere, vaccini, antibiotici, sostanze per potabilizzare l’acqua.
«Per la prima volta nella storia una parte dell’umanità sa di poter mettere al mondo dei figli senza avere l’ossessione della morte» spiega il noto divulgatore scientifico. «Ora si tratta di costruire un ponte, perché questo dono venga condiviso con l’altra parte del mondo», quegli stessi “esclusi” di cui ha parlato Anthony Lake.
La conferenza si conclude con una considerazione d’obbligo: i materiali di comunicazione di questa campagna riportano la cifra 22.000. «Era la stima dei decessi infantili quotidiani basata sugli ultimi dati disponibili» spiega il presidente dell’UNICEF Italia, Vincenzo Spadafora. «Già oggi il dato è sceso a quota 21.000. Ci auguriamo di dover fare sempre più spesso l’aggiornamento al ribasso di queste cifre: modificare di conseguenza i materiali della nostra campagna sarà un’incombenza che ci darà la più grande delle soddisfazioni».