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"Per non dimenticare" - Gaia Amaral racconta il suo incontro con i bambini profughi dalla Siria

Un toccante diario di viaggio (maggio 2014) dell’attrice e modella italo-brasiliana Gaia Bermani Amaral, che ha “prestato” la sua voce alla Campagna dell’Unione Europea e dell’UNICEF “Voci dei bambini nelle emergenze”, lanciata per far conoscere la condizione di milioni di bambini e ragazzi in tutto il mondo colpiti da crisi umanitarie causate da calamità, catastrofi e conflitti e offrire ad alcuni di loro l'opportunità di raccontare la propria storia.

In questa testimonianza Gaia Amaral racconta le vite, le speranze, i sogni dei bambini e delle donne che ha incontrato nel campo profughi di Za’atari, in Giordania, dove vivono 100.000 rifugiati siriani, di cui la metà bambini.

  

«Mi prometti che andrai a scuola?»

I suoi occhi mi guardavano concentrati in attesa di capire le mie parole. La traduttrice, una giovane donna rotonda con il capo velato e un piccolo brillantino al naso, traduceva veloce dall’arabo. Lui non vedeva l’ora di potermi rispondere. 
 
”, ha detto annuendo con un sorriso.
 
Fai la promessa”, ha ripetuto la traduttrice.
 
Lui, allora, ha sollevato la mano destra tendendo il dito mignolo verso di me. Io ho fatto lo stesso e le nostre dita si sono intrecciate per qualche istante.
 
In quel piccolo gesto, all’interno di una tenda tra tante altre nel campo di Za’atari che accoglie i rifugiati siriani in Giordania, c’era la promessa di un futuro migliore. E in quel momento ho provato la sensazione di quanto poche, semplici parole dette al momento giusto, possano davvero cambiare il destino di chi deve ancora crescere.
   
Per questo ho prestato il mio volto e la mia voce per la campagna #vocideibambini dell’Unione Europea e dell’UNICEF, che collaborano da moltissimi anni per aiutare i bambini e le loro famiglie durante le emergenze umanitarie. 

Insieme riescono a garantire loro i beni di prima necessità e a sostenere, allo stesso tempo, le loro speranze. E con l’Unione Europea e l’UNICEF ho avuto l’opportunità di partecipare a questa missione per raccontare, al mio rientro, una realtà tangibile e, attraverso le mie parole, far sentire la voce di quei piccoli che troppo spesso non viene ascoltata.

Timidamente si sono avvicinati altri due bambini e la promessa è stata fatta allo stesso modo. 

«Tre promesse in pochi minuti è già un successo per Za’atari», ha detto la giovane collaboratrice dell’UNICEF che si occupava del Child Friendly Space, uno spazio pensato per quei bambini che, per una ragione o per l’altra, non frequentano le scuole e lì possono giocare in condizioni protette.

Quel ragazzino di undici anni e gli occhi verdi, entusiasta di potermi insegnare a contare fino a venti nella sua lingua e di imparare i numeri in italiano e in portoghese, concentrato sul mio labiale e con le orecchie protese verso di me per sentire meglio, è uno dei 50.000 bambini siriani rifugiati all’interno del campo di Za’atari e, come molti altri, è affamato di conoscenza. 

Non tutti hanno la possibilità di andare a scuola. Spesso i figli sono l’unica risorsa rimasta alle famiglie per riuscire a guadagnare qualche soldo in più. Sono quei bambini che si vedono trasportare carriole cariche di ciottoli e che negli orari di scuola restano a zonzo.

Il mio arrivo a Za’atari è stato un bagno di sole avvolto dalla polvere gialla del deserto. Il pulmino dell’UNICEF incedeva lungo la strada sterrata che si avvicinava verso le piccole case container bianche e il filo spinato arrotolato in aria lungo l’interminabile facciata che ci si apriva davanti.

La mia prima sensazione è stata quella di un inaspettato ordine. Le persone camminavano tranquille, gli operatori dell’UNICEF si distinguevano per le inconfondibili magliette azzurro cielo e grappoli di bambini colorati si radunavano intorno ai baracchini di dolciumi tipicamente arabi al sesamo e al caramello.

Il caldo bruciava sopra le nostre teste come una presenza viva e silenziosa mentre le ore perdevano la loro consueta dimensione del tempo. Allora ricordo di aver pensato: qui non ci sono ombre. 

Varcare l’ingresso del campo in cui sono raccolti gli uffici e la direzione operativa dell’UNICEF per poi addentrarci a piedi attraverso le tende disseminate sulla terra è stato qualcosa che non so descrivere a parole.

Ogni passo aveva il suo peso, ogni metro la sua distanza, ogni raggio di sole la sua forza. Tutto pareva amplificato. 

Due ragazze adolescenti sono sbucate con la testa fuori da un muretto e mi hanno chiamato come si fa con i gatti. Io mi sono voltata e loro hanno fatto segno di avvicinarmi con la mano.

Parlottavano tra di loro, ridevano come le ragazzine davanti agli ingressi delle scuole o durante la ricreazione a metà mattinata. Non volevano essere riprese o fotografate. Volevano parlare soltanto con me.

Io ho accettato il loro invito e mi hanno festeggiato come fossi una nuova amica.

All’improvviso è apparsa una bambina di tre anni circa a piedi scalzi e mi ha regalato un angolo di paradiso quando si è stretta a me dopo aver fatto il gioco dello specchio insieme,l’una davanti all’altra. Le sue mani erano piccole, paffute, e abbronzate.

Io le agitavo e lei si lasciava guidare sorridendo. Quello che disegnavamo attraverso i nostri gesti erano invisibili fiori profumati, ghirlande di frutta fresca, uccellini dalle piume arcobaleno.

Questo ho visto nei suoi occhi, nei suoi sogni di bambina. Allora ho ricordato la mia infanzia vissuta in un paese tropicale come il Brasile e non ho potuto non pensare al rammarico e alla nostalgia di esserci mancata per troppo tempo.

«Voglio tornare in Siria» sono le parole che più spesso ho sentito ripetere dai bambini che ho incontrato.

Quando si nasce, le radici del proprio paese natale si cibano del nostro sangue quasi fosse un fenomeno quantico ancora non del tutto risolto.

E non si vede l’ora di tornare. Di far ritorno nella terra che ci ha partorito, che ci ha nutrito dentro e fuori con i suoi odori, il suo folclore, la musica, i sapori del nostro piatto preferito, il nostro miglior amico, i vicini di casa, la strada che percorrevamo ogni giorno per andare a scuola.

Tutto, quando scompare, si trasforma con ostinazione in un mondo incantato e indissolubile.

E quando quei bambini saranno cresciuti o abbastanza grandi per poter decidere da soli, torneranno. Andranno a cercare tra le macerie, sotto la cenere dei bombardamenti, perché nei loro cuori non si è cancellato nulla. Tutto resta indelebile nella memoria di chi insegue una realtà da ricostruire.

«Questa è la nostra casa in Siria» dicevano. «E questo è il nostro giardino», spiegavano mostrandomi i loro disegni con fierezza: una casa immersa tra alberi e giganteschi fiori colorati.

Fatima era la più timida. Restava a guardarmi in silenzio e parlava poco. Da grande vorrebbe fare il medico. 

Maria era affettuosa e mi accarezzava la mano, Kadija era la più esuberante. Un grosso elastico a forma di orchidea le raccoglieva i capelli castani in una coda di cavallo alta e un po’ spettinata. 

Tutte e tre indossavano l’uniforme: pantaloni neri, casacchina azzurra, un fiocco legato a mo’ di cravattino al collo, e lo zainetto celeste dell’UNICEF sulle spalle. Maria studia per diventare insegnante e Kadija per fare l’ingegnere. Sogni normali per delle bambine che una quotidianità normale non la vivono affatto.

Siamo stati ospitati nella loro tenda, ci siamo tolti le scarpe, ci siamo seduti a terra in cerchio, ci è stato offerto del tè alla menta in piccoli bicchieri di vetro, abbiamo parlato. 

Intorno a me qualche stoviglia, tre materassi sottili a terra, alcuni cuscini multicolore e ciò che di più prezioso sembravano possedere e curare con particolare attenzione: i libri e i quaderni di scuola ricevuti dall’UNICEF.

Con grande dignità il padre ci ha raccontato cosa hanno perso. Si è commosso e il suo volto stanco e solido è sembrato vacillare. 

Poi mi ha guardato con quegli occhi intensi e velati dal dolore chiedendo a me, personalmente, di aiutarli. Di diffondere la loro storia, di raccontare la loro realtà affinché non ci si dimentichi. 

L’attenzione del mondo è la chiave per una vita diversa. Io ho provato a immaginare cosa voglia dire mettermi nei loro panni. E vi assicuro: è davvero difficile. 

In Siria il padre di Fatima, Maria e Kadija, lavorava come tassista e riusciva a mantenere la propria famiglia. Era una persona come noi. Una persona che aveva una casa, una macchina, un lavoro, abitudini, ambizioni e, che ora, sopravvive senza niente. Solo i ricordi del prima restano accesi nei suoi occhi. 

«Gaia, le mie figlie sono il profumo dei fiori che abbiamo perso» ha detto. E in quel momento ho creduto di vacillare anch’io.

Quella mattina ho accompagnato le bambine a scuola per il turno femminile. In classe erano sedute a tre a tre su delle panchette di legno. Attente e diligenti ascoltavano le parole della maestra avvolta in una tunica nera, il kajal agli occhi e le sopracciglia dipinte a forma di ali di gabbiano.

Fatima ha pianto. Si preoccupava che la nostra visita l’avesse fatta tardare e temeva di arrivare a scuola in ritardo. Quando si è seduta al suo posto, si è tranquillizzata e mi ha fatto ciao con la mano. 

L’insegnante mi ha raccontato che c’è molta empatia tra i bambini che hanno vissuto esperienze simili di difficoltà ed è bello vederli aiutarsi a vicenda. 

Quando arrivano nuovi alunni a metà dell’anno, partecipano a un programma di sostegno per poi essere integrati nella classe giusta per la loro fascia d’età.

Probabilmente, però, il disagio più difficile da accettare resta quello emotivo. Prendere atto che le tende in cui vivono isolate dal resto del mondo civilizzato, non saranno un’accoglienza provvisoria. Saranno il luogo in cui abiteranno per i prossimi lunghi anni a venire.

Il campo di Za’atari è stato costruito in una zona desertica su una distesa di terra arida senza alberi e senza ombra. E l’impatto non è facile considerando che in Siria la natura è florida e rigogliosa.

Le tende sono organizzate per dipartimenti ed è grande quanto una vera e propria città. Ogni strada ha un nome, ci sono quartieri più ricchi e altri più malfamati, e la via dei negozi – piccole casette in lamiera con il lato frontale aperto e la merce esposta – l’hanno soprannominata: Les Champs-Elysées.

Pentole, ciuffi di cipolle appese, spezie, arnesi da lavoro, taniche di benzina, si alternano a vetrine allestite con manichini in posa e indosso bijoux e abiti alla moda. Come a voler ricreare una vita comune in un surrogato formato città.

Il governo giordano fornisce dei voucher (buoni) con cui i rifugiati possono fare la spesa nei supermercati. E questo è un modo per incentivare l’economia nazionale e per non farli vivere in una situazione di perenne assistenzialismo che, a lungo andare, mina la dignità e lo spirito d’iniziativa delle persone ospitate nel campo.

Le problematiche sono tante come in qualsiasi altro grande centro urbanizzato: mantenere l’ordine civile, evitare gli assalti, i furti, il pericolo di possibili infiltrazioni di Al Qaeda, la prostituzione delle vedove, i matrimoni delle bambine, regolamentare la scolarizzazione, e controllare la distribuzione dell’acqua. 

In una zona limitrofa al campo, abbiamo visitato le grandi cisterne in cui viene raccolta e filtrata l’acqua poi distribuita alla popolazione: l’UNICEF è l’agenzia leader nel garantire acqua pulita e servizi igienici alle persone colpite durante le crisi umanitarie.

Mi sono coperta il capo con un foulard per proteggermi dal vento caldo, ho inumidito le labbra e sulla lingua ho sentito il sapore della polvere. Davanti a me si espandeva la distesa infinita di tende e alle mie spalle il deserto sconfinato.

Alcuni bambini, allontanatisi in cerca di refrigerio, erano riusciti a scovare una piccola pozza e per questo li sentivamo gridavano dalla gioia. Si buttavano mezzi svestiti con quell’entusiasmo tipico della loro età schizzandosi quasi fossero sulla riva di un mare meraviglioso.

Quel rivolo sembrava bastare alla loro immaginazione, felici e sorpresi da uno squarcio bagnato che la terra riarsa aveva concesso loro.

Nel pomeriggio, poi, ho incontrato una giovane di appena 16 anni, sposata e madre di due bambini piccoli. Per scappare dai bombardamenti in Siria ha camminato sette giorni e sette notti a piedi attraverso il deserto per raggiungere il confine giordano, sfuggire alla guerra e portare in salvo i suoi figli.

La guardavo e pensavo al suo coraggio, alla sua forza d’animo, alla straordinaria capacità dell’essere umano di adattarsi per la sopravvivenza.

Lei mi scrutava con quegli occhi tenaci, il profilo importante e la fermezza di chi ha visto il proprio futuro sgretolarglisi davanti. Mi sorrideva e con naturalezza estraeva il seno da sotto il velo color melanzana e allattava la piccola per farla smettere di piangere.

Era in qualche modo incuriosita dal mio volto. Mi raccontava cose che non capivo. Allora chiedevo al nostro accompagnatore di tradurre le sue parole e io facevo domande e rispondevo in inglese. Le attese tra una traduzione e l’altra erano uno spazio pieno di sguardi, empatia e complicità che andava crescendo. 

«Lui è mio marito», ha indicato un uomo alto che si allontanava camminando. «E tu sei sposata?» ha chiesto a gesti unendo gli indici delle due mani uno accanto all’altro.

«No», le ho risposto io stringendomi sulle spalle.

Lei mi ha guardata stupita. Mi ha aggiustato la frangia e pettinandomi i capelli con le mani: «Sembri la nostra Regina» ha detto. L’ho trovato il più bel complimento.

Poi mi ha dato un bacio sulla guancia e prima di ripartire verso Amman dove alloggiavo in albergo, mi ha concesso di tenere in braccio sua figlia e con quel suo sorriso, sono sicura, ha pensato: prima o poi devi sposarti anche tu.

Questo e ciò che posso raccontarvi della mia missione in Giordania in qualità di testimonial italiana dell’UNICEF. 

Ascoltate anche voi la voce dei bambini siriani. Aiutateci a raccontare le loro storie. Aiutateci a far sentire le loro voci. Per non dimenticare.

(Gaia Bermani Amaral)