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Vivere nei container, sognando il ritorno a casa

Corrispondenza dalla Giordania di Paolo Rozera, Direttore generale dell'UNICEF Italia

Speciale Siria: news, video, foto e informazioni sull'azione umanitaria dell'UNICEF per i bambini siriani

2 giugno 2015 - Oggi siamo ad Azraq: questo campo profughi, sorto in mezzo al nulla, ospita circa 14.000 profughi provenienti per lo più da zone della Siria controllate dallo Stato Islamico.

In questo campo vengono portati anche tutti i Siriani che vengono trovati in giro per la Giordania senza documenti in regola, i cosiddetti "invisibili" che nell'arco di 4 anni di guerra civile sono riusciti in qualche modo a entrare nel paese. Azraq è un campo immenso, progettato per ospitare almeno 60.000 profughi.

Un campo profughi è pur sempre un luogo in cui chi è perseguitato può trovare rifugio e ristoro, ma nonostante questo trasmette una strana impressione, appena ci si entra. 

Azraq è stato costruito in piena emergenza, mentre arrivano migliaia di profughi al giorno (così come nel caso di Za'atari), ma è stato pianificato con cura, quindi sotto il profilo dei servizi è sicuramente più efficace di altri. 

Resta tuttavia un campo profughi: le sue abitazioni sono container, adatte per starci un paio di mesi. Poi l'alienazione prende il sopravvento.

Qui il lavoro dell'UNICEF è dedicato a fare tutto il possibile affinché le bambine e i bambini non perdano la scuola, come danno ulteriore dopo tutto ciò che hanno sofferto. 
 

"Spazi a misura di bambino", oasi nel deserto dell'alienazione

Arriviamo al campo mentre c'è una grande festa. Presso uno degli "Spazi a misura di bambino" viene festeggiato il compleanno di uno degli animatori del centro. 

Un momento di festa nello 'Spazio a misura di bambino' creato dall'UNICEF nel campo profughi di Azraq, in Giordania - ©UNICEF Italia/2015


Qui non sembra di stare in un campo profughi, il clima è molto festoso e coinvolgente. In questo spazio si svolgono normalmente diverse attività: attività sportive (nel campo di calcetto), laboratori di artigianato, corsi di computer e sull'uso di Internet, attività educative non formali.

Parliamo con alcuni dei ragazzi presenti. Per loro questo centro rappresenta un importante luogo di aggregazione, spesso l'unico.

Mustafa ci spiega che in Siria, a causa della guerra civile, ha già perso 3 anni di scuola e suo fratello è rimasto ucciso nei combattimenti. Oggi ha 17 anni e per lui è difficile provare a recuperare gli anni scolastici.

Qui, nello "Spazio a misura di bambino" gestito da UNICEF e dall'Organizzazione non governativa internazionale Mercy Corps, Mustafa trascorre la maggior parte del suo tempo e riesce a imparare qualcosa. 

La socializzazione diventa essenziale per i tanti ragazzi che non frequentano la scuola del campo profughi e che vogliono evitare di impazzire, dentro il loro container.

Ascoltiamo altre storie di sofferenza e fughe. Tutti quelli che ascoltiamo non vedono l'ora di tornare in Siria, e ne parlano come qualcosa che può succedere a breve. Pensa così sia chi sta qui da due anni, sia chi ci sta da un mese.

Vivere in 3 metri per 6

Ci addentriamo tra i container e entriamo dentro uno di questi "cubicoli", invitati da una famiglia. Qui il senso dell'ospitalità è sempre molto forte e sincero. Ci togliamo le scarpe ed entriamo. Mentre parla la mamma, raccontando la storia della famiglia, mi guardo attorno e mi viene un senso di angoscia: è per me inimmaginabile vivere anche solo per un giorno in questo container che misura circa 3 metri per 6.

Qui si comprende ancora di più quanto sono importanti le attività negli spazi comuni. La famiglia che ci ospita è arrivata dalla Siria da poco più di un mese, fuggendo da una zona controllata dallo Stato Islamico.

La signora ha un tumore al seno e avrebbe bisogno di cure specialistiche, finora negate per questioni di documenti. Gli operatori UNICEF che ci accompagnano parlano con la polizia che ci accompagna in questa visita al campo, che si impegna a risolvere la questione. Tutta la famiglia ci è grata perché il loro caso viene affrontato. Spesso il ruolo dell'UNICEF è proprio questo, fare da tramite tra i rifugiati e le autorità locali.

La grandezza di questo campo rende gli spazi esterni forse troppo grandi e dispersivi. Qui il lavoro dell'UNICEF si concentra soprattutto su acqua potabile, servizi igienici, gli "Spazi a misura di bambino", le attività di socializzazione anche informali, oltre che a tutta l'assistenza necessaria per la protezione dei minori.

I nostri colleghi dell'UNICEF ci spiegano quanto sia importante trovare fondi per garantire l'accesso all'acqua potabile. La Giordania è tra i primi 3 paesi al mondo per scarsità di acqua potabile, l'emergenza prodotta dalla guerra civile siriana sta mettendo in ginocchio la disponibilità di una risorsa già molto scarsa.

Una cisterna per l'acqua potabile installata dall'UNICEF in un campo profughi della Giordania - ©UNICEF Italia/2015


Dopo aver incontrato altre famiglie e altri ragazzi, giunge il momento di andarsene. Nella nostra delegazione ci sono sentimenti contrastanti. Non vorremmo andar via. Quando visiti questi posti, provi un gran rispetto per tutti gli operatori che ci lavorano, vorresti rimanere qui e dare una mano.

Poi il calore che gli ospiti del campo ti manifestano fa il resto, vorresti restare per condividere ancora più momenti con loro, capire ancora di più della loro vita in Siria, raccontare della tua, condividere. La condivisione è una delle esigenze che senti di più, visitando un campo profughi.

Ma ognuno ha il suo ruolo, e il nostro è quello di tornare e raccontare tutto quello che abbiamo visto. Noi dobbiamo continuare a raccogliere fondi raccontando il lavoro dell'UNICEF in prima linea a difesa dei diritti delle bambine e dei bambini.
 
Non si può fare una previsione precisa di quando finirà la guerra civile in Siria, ma dobbiamo concentrarci sul milione e quattrocentomila profughi presenti in Giordania, più di metà dei quali sono bambini.
 

Fine di un viaggio, ripresa di un impegno

Noi domani torniamo a casa e documenteremo con immagini, video e racconti tutto ciò che abbiamo visto. Racconteremo dell'orgoglio di essere UNICEF, di quello che l'UNICEF sta facendo, di un paese encomiabile come la Giordania che sta affrontando un'emergenza umana eccezionale. 

Racconteremo di come non si possa pensare di affrontare l'emergenza dei migranti sulle coste italiane senza capire la gravità e l'incidenza del conflitto siriano sugli sbarchi sulle nostre coste. 

Chiederemo ai nostri donatori in Italia uno sforzo in più, perché siamo certi che alcune delle famiglie di profughi che abbiamo incontrato in Giordania probabilmente ce le vedremo arrivare a Lampedusa e dovremo essere pronti ad accoglierle per il tempo necessario affinché poi possano tornare in patria, che è il loro desiderio più grande.

Chiederemo ai nostri donatori di sostenere il lavoro dell'UNICEF nei paesi di origine, perché è un lavoro ben fatto, efficace e spesso determinante.

Noi domani torniamo a casa e con noi porteremo sempre gli occhi di Mustafa, Ismail, Khaled, Hassim, Omar e tanti altri. 

Un sogno? Poterli andare a trovare a casa loro, in una Siria in pace, prendere con loro uno di quei tanti caffè o tè che ci hanno offerto nelle tende e nei container dove vivono - o sopravvivono - ora.
 

Bambini del campo profughi di Azraq, in Giordania - ©UNICEF Italia/2015

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