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Bambini in pericolo

Grecia e Balcani trappole per i minori rifugiati a un anno dall'accordo UE-Turchia

Bambini siriani giocano nell'area portuale del Pireo, ad Atene. Sono quasi 27.500 i minori rifugiati e migranti bloccati in Grecia, in attesa di conoscere il proprio futuro - ©UNICEF/UN020540/Georgiev
Bambini siriani giocano nell'area portuale del Pireo, ad Atene. Sono quasi 27.500 i minori rifugiati e migranti bloccati in Grecia, in attesa di conoscere il proprio futuro - ©UNICEF/UN020540/Georgiev
17 marzo 2017 – Un anno dopo la chiusura delle frontiere nei Balcani e l'accordo tra Unione EuropeaTurchia, che avevano come obiettivo il blocco dei flussi migratori verso l'Europa occidentale, oggi i bambini rifugiati e migranti affrontano maggiori rischi di espulsione, detenzione, sfruttamento e privazione.

«Anche se da marzo 2016 è diminuito di molto il numero dei minorenni in transito in Europa, le minacce e le sofferenze che i bambini rifugiati e migranti devono sopportare sono aumentate» sottolinea Afshan Khan, Direttrice regionale UNICEF per l'Europa e Coordinatrice speciale dell’UNICEF per la crisi dei minori rifugiati e migranti nel continente. 

«È un circolo vizioso: i bambini fuggono dalle sofferenze ma finiscono per dover fuggire di nuovo o per affrontare quella che è di fatto una detenzione, o un totale abbandono.»

Gli operatori dell’UNICEF in Grecia riferiscono di livelli profondi di sofferenza e frustrazione fra i bambini e nelle loro famiglie, e perfino casi di bambini di appena 8 anni che commettono atti di autolesionismo.

Nonostante il recente miglioramento delle condizioni di vita, nei centri di accoglienza alcuni minorenni non accompagnati soffrono di stress psicosociale, con alti livelli di ansia, aggressività e violenza o praticando comportamenti a rischio come l'assunzione di droghe o la prostituzione.

La guerra, le distruzioni, la morte dei propri cari e un viaggio pericoloso, inaspriti dalle misere condizioni di vita nei campi profughi in Grecia o dalle estenuanti procedure per la registrazione e la concessione dell'asilo, sono tutti fattori che possono provocare disordine da stress post-traumatico.

«Qualche volta sto bene ma spesso no» racconta Hawar, 14 anni, dall'Iraq. «Ci sono giorni in cui mi sento motivato e altri in cui sono sconfortato ed esausto: mi sento intrappolato, non voglio vedere niente e nessuno del campo. Poi, dopo che sono stato fuori per un po’, di solito mi sento meglio

Maroof, profugo dall'Afghanistan e padre di 4 figli, spiega come l'esperienza della fuga dal suo paese e della traversata dell'Egeo abbia avuto effetti psicologici negativi su di lui, su sua moglie e sui suoi bambini, che peraltro non stanno ricevendo alcuna assistenza specialistica.

«Il comportamento dei miei figli è cambiato da quando siamo arrivati qua. Non vogliono andare a scuola, sono aggressivi. Oggi, ad esempio, li avevo mandati alla scuola del campo ma sono scappati dall'aula. Non abbiamo alcuna certezza, siamo intrappolati su quest'isola e questa situazione sta provocando grande stress. La mia unica felicità è che siamo vivi
 
L’UNICEF, in collaborazione con il Governo greco e con Organizzazioni non governative partner, si impegna affinché sia data la giusta priorità a cure adeguate per i bambini rifugiati e migranti, per rispondere ai loro bisogni psicosociali e di salute mentale.

I trasferimenti imminenti di profughi dai paesi balcanici verso la Grecia, in linea con il cosiddetto "Regolamento di Dublino”, non potranno che aggiungere ulteriori difficoltà alla situazione che i bambini stanno affrontando e ulteriore pressione sui servizi sociali ellenici.
 
Invece di arginare il flusso, la chiusura delle frontiere e l'accordo UE-Turchia hanno spinto le famiglie con bambini a prendere l'iniziativa, imbarcandosi su rotte ancora più pericolose e irregolari alla mercé dei trafficanti di esseri umani, come l’UNICEF e le organizzazioni partner avevano previsto già un anno fa.

Nel 2017, nonostante i severi controlli alle frontiere a seguito dell'accordo tra UE e Turchia, circa 3.000 rifugiati e migranti – circa un terzo dei quali bambini – sono arrivati in Grecia. E molti di loro riescono a passare di nascosto oltre i confini greci verso la Bulgaria, l'Ungheria e gli altri Stati balcanici.
 
I bambini bloccati in Grecia e nei Balcani occidentali hanno già perso quasi tre anni di scuola, e si trovano ad affrontare pesanti ostacoli, come una lingua sconosciuta e un sistema scolastico differente. Il rischio per loro è che anche questo rimanga un anno senza istruzione.

L’UNICEF offre il suo sostegno al Ministero greco dell’Istruzione nel suo sforzo per integrare nelle scuole elleniche i bambini rifugiati e migranti bloccati nel paese. Tuttavia, solo 2.500 dei 15.000 bambini rifugiati in età scolare presenti nel paese hanno finora beneficiato del programma di inserimento nel sistema scolastico nazionale in lingua greca.
 
Nonostante sforzi significativi da parte del Governo greco e delle organizzazioni partner, circa metà dei 2.100 minorenni stranieri non accompagnati presenti in Grecia vivono ancora in condizioni ben al di sotto degli standard.

Fra loro vi sono circa 200 minori che sono alloggiati in strutture con limitata possibilità di movimento: 178 in centri di accoglienza e identificazione nelle isole greche e 16 in “custodia cautelare” in vere e proprie celle.