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Dialogatori e UNICEF, lo "scoop" che non c'è

6 settembre 2017 - Mette tristezza a dirlo, ma gettare fango sugli umanitari è diventato un passatempo abituale per quella parte del mondo politico e dell'informazione che lucra consensi e ascolti su quella dose di livore, xenofobia e "cattivismo" che alberga, latente o sfrenata, in ciascuno di noi in questi tempi tutt'altro che facili.

Nei giorni scorsi un articolo de "Il Giornale", rilanciato a sua volta da una serie di fonti minori, ha focalizzato il suo pretestuoso attacco sul fenomeno dei "dialogatori", ossia le persone che in luoghi pubblici o in occasione di specifici eventi avvicinano il pubblico (di qui il nome dell'attività "face-to-face") proponendo l'adesione a una donazione periodica per un'organizzazione umanitaria.

Al di là dell'articolo, che chiama in causa l'UNICEF ma anche altre organizzazioni, riteniamo utile fare chiarezza su questo argomento con l'unica arma che abbiamo a disposizione: la verità.
 

Dialogatori e dipendenti, non facciamo confusione

I dialogatori che si ha occasione di incontrare in strada con la pettorina della nostra organizzazione hanno un rapporto di lavoro e vengono retribuiti da società che erogano servizi professionali, del tutto indipendenti dall'UNICEF.
 
L'UNICEF Italia si avvale attualmente di 5 differenti agenzie, ciascuna delle quali a sua volta offre i propri servizi a diverse organizzazioni.

Non esistono dunque dialogatori "dell'UNICEF": essi sono lavoratori alle dipendenze delle rispettive società e non hanno rapporti di lavoro individuali con l'UNICEF. Del tutto falso e scorretto quindi affermare che l'UNICEF retribuisca o tanto meno sfrutti i dialogatori.
 
Tanto meno è corretto, come ha fatto qualcuno, confondere i dialogatori con i volontari. L'UNICEF Italia conta quasi 5.000 volontarie e volontari di ogni età ed estrazione sociale, che donano generosamente parte del proprio tempo e tutto il proprio entusiasmo per molteplici attività, inclusa la raccolta di fondi. Nessun volontario opera in qualità di dialogatore e ovviamente nessun volontario percepisce un centesimo per il proprio impegno.
 

500 euro al mese per 8 ore: realtà o fake news?

Il face-to-face non è il prodotto anomalo del mercato del lavoro italiano o un banale sinonimo di precarietà. In tutti i paesi industrializzati le organizzazioni non profit ricorrono da molti anni a questa tecnica per raccogliere fondi, che "accorcia le distanze" tra una causa sociale e i suoi potenziali sostenitori e consente di veicolare informazioni in modo empatico e diretto, evitando canali spesso indesiderati come l'invio di materiale cartaceo o di email.

Per molti giovani il face-to-face è un'occupazione temporanea, che si concilia con i tempi e le necessità economiche dello studio universitario, ma per altri è una vera e propria professione a tempo pieno, che consente un reddito dignitoso e che può aprire altre porte. Inclusa quella dell'UNICEF.

«Un dialogatore competente e motivato è una risorsa preziosa, che può diventare parte del nostro staff. Quando apriamo posizioni lavorative nel settore del direct marketing, i dialogatori più bravi ed esperti possono partecipare alle selezioni con ottime chance» spiega Francesco Ambrogetti, direttore Marketing & Raccolta Fondi dell'UNICEF Italia. «Negli ultimi anni abbiamo assunto diversi di loro, e un ex dialogatore è attualmente il responsabile dell'area Acquisition della nostra direzione».

La retribuzione, com'è naturale, varia in base alla competenze, all'esperienza e ai risultati ottenuti. I dialogatori che riescono a trasmettere nel modo migliore le cause per cui operano guadagnano ben più dei 500 euro riportati negli articoli di giornale: anche 3 o 4 volte tanto.
 

L'etica nel "face-to-face"

Anche se l'UNICEF non ha alcuna responsabilità nel trattamento economico e neppure nel comportamento individuale dei dialogatori, abbiamo sempre prestato attenzione alla qualità e all'eticità del loro servizio.

In più di un'occasione, abbiamo rescisso contratti con società che gestivano in modo per noi non etico i rapporti di lavoro con i loro dipendenti, sottopagandoli oppure tralasciando preparazione e motivazione.

«A prescindere dalla coerenza con i propri valori, un'organizzazione non profit non avrebbe alcun interesse nello sfruttamento dei dialogatori che lavorano per promuoverla» prosegue Ambrogetti. «L'efficacia del face-to- face è tutta nella capacità di coinvolgere, di entusiasmare, di comunicare al cittadino quanto grande e importante possa essere la sua decisione di donare. Un dialogatore frustrato e demotivato non convincerebbe nessuno

Infine, per noi è altrettanto importante che chi avvicina il pubblico lo faccio in modo corretto e rispettoso, stimolando sì una riflessione ma astenendosi da qualsiasi forzatura o colpevolizzazione.

Quando su Facebook o per altri canali riceviamo lamentele circostanziate sul comportamento di un singolo dialogatore, procediamo sempre con una verifica (non è inusuale che il passante confonda un'organizzazione con un'altra!) e nel caso siano confermate chiediamo alla società che quella persona non sia più assegnata a svolgere servizio per l'UNICEF.
 
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