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Protezione dell'infanzia

Fore (UNICEF): nei paesi in guerra totale disinteresse per la vita dei bambini

Nour e Sarah fra le macerie di Mosul (Iraq), la loro città.
Nour e Sarah fra le macerie di Mosul (Iraq), la loro città. "Non so dove sia mio padre" dice Nour. "È scomparso tre anni fa" - ©UNICEF/UN0161148/Rfaat
5 giugno 2018 – «Sono appena tornata da una missione in Mali – paese in cui i bambini, la parte dimenticata della crisi, stanno soffrendo in silenzio – dove mi sono recata insieme al Segretario Generale delle Nazioni Unite.  

In questo paese, quest'anno sono oltre 850.000 i bambini sotto i 5 anni a rischio di malnutrizione, fra cui 274.000 con malnutrizione grave e quindi esposti a rischio di morte imminente, con un aumento del 34% rispetto alle nostre stime di inizio anno. 

E il Mali è solo uno dei tanti paesi del mondo in cui i bambini stanno soffrendo enormemente a causa di conflitti.

Lo Yemen ha il numero più alto di bambini che hanno bisogno immediato di assistenza umanitaria (11,3 milioni), seguito dalla Siria con 8 milioni e dalla Repubblica Democratica del Congo, con 7,9 milioni.

Questi numeri sono enormi, e il numero di bambini in contesti di guerra continua ad aumentare. Eppure ciò a cui stiamo assistendo nel mondo è un assoluto disinteresse per la protezione dei bambini.

In Siria, a oltre 7 anni dall'inizio della guerra (marzo 2011), sono oltre 300 le scuole bombardate. Le scuole dovrebbero essere sempre luoghi sicuri ed essere protette.

Nel Sud Sudan, circa 19.000 bambini e adolescenti continuano a essere utilizzati come combattenti, messaggeri, facchini, cuochi e persino schiavi sessuali per le parti in conflitto.
 
Sempre più spesso i conflitti si consumano in ambienti urbanizzati, causando danni importanti alle infrastrutture civili e danneggiando i sistemi di protezione sociale.
 
Anche i sistemi idrici vengono danneggiati: nello Yemen, fra agosto 2017 e maggio 2018, sono stati verificati almeno cinque bombardamenti da parte delle forze della Coalizione contro impianti e riserve idriche, soprattutto nei governatorati di Sa’ada e Amran, che hanno privato dell'accesso all'acqua potabile oltre 90.000 civili. E sono ormai 8,6 milioni i bambini yemeniti che soffrono ogni giorno di carenze idriche ed igieniche.
 
Anche il personale medico è spesso oggetto di attacchi diretti. Nella sola Siria, dall'inizio dell'anno ad aprile, sono stati documentati 92 attacchi di questo tipo, che hanno causato 89 morti e 135 feriti. Nel 2017, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha registrato ben 322 attacchi, che hanno provocato 242 vittime fra il personale medico e i pazienti.
 
In queste situazioni, vengono vanificati anche i tanti progressi sul fronte dell’istruzione,  ottenuti con tanta fatica. Nel Mali, il numero di bambini che non frequenta la scuola primaria è aumentato del 30% dal 2009 a oggi.
 
In Afghanistan, il numero di bambini e bambine fuori dal sistema scolastico è aumentato per la prima volta dal 2002, con 3,7 milioni di bambini – quasi metà della popolazione compresa fra i 7 e i 17 anni – che non stanno andando a scuola.
 
Terribili violenze vengono inflitte a donne e ragazze, spesso con conseguenze che perdurano tutta la vita, e nella completa impunità.
 
A Cox’s Bazar, l'area del Bangladesh che da nove mesi ospita quasi 800.000 rifugiati Rohingya fuggiti dai massacri nel vicino Myanmar, molte donne affrontano la stigmatizzazione seguita alle violenze sessuali subite e devono partorire e crescere i propri bambini in condizioni fisiche e psicologiche terribili.
 
Più il conflitto è duraturo, più è profondo il suo impatto.

Lo vediamo per esempio nel lungo e irrisolto conflitto fra israeliani e palestinesi: dalle centinaia di bambini palestinesi che vengono detenuti nelle prigioni israeliane ogni mese, ai bambini che nel sud di Israele vivono sotto la costante minaccia di missili e colpi di mortaio lanciati contro le loro case e scuole.

E lo vediamo nella Repubblica Democratica del Congo, dove le violenze etniche nella regione del Kasai hanno portato a un massiccio aumento del reclutamento di bambini soldato e dove decenni di guerra hanno indebolito il sistema sanitario, rendendo il paese vulnerabile a epidemie di malattie.

L’epidemia di Ebola in corso è l’ultima ad aggiungersi alle sofferenze del paese e dei suoi bambini.

In tutti questi teatri di guerre e instabilità i team dell’UNICEF stanno lavorando per assistere i  bambini, spesso in ambienti estremamente pericolosi e difficili. Vorrei portare solo qualche cifra a titolo di esempio.

  • A Cox’s Bazar, abbiamo effettuato vaccinazioni per difterite per oltre 400.000 bambini e fornito assistenza psicosociale per 140.000 bambini Rohingya rifugiati
  • Nel Sud Sudan, abbiamo organizzato vaccinazioni contro il morbillo per 460.000 bambini e ottenuto il rilascio di oltre 800 minori in armi
  • In Siria, garantiamo ogni giorno acqua potabile per 13 milioni di abitanti e abbiamo realizzato una campagna di vaccinazione contro la poliomielite che ha beneficiato 3,3 milioni di bambini
  • Nello Yemen, abbiamo assicurato terapie contro la malnutrizione acuta grave a oltre 61.000 bambini e l'accesso all'acqua potabile per circa 4 milioni di abitanti

Ma occorrono maggiori risorse economiche e l'accesso senza restrizioni a tutte le popolazioni che hanno bisogno del nostro aiuto. 

Sollecitiamo tutte le parti in conflitto a consentire alle organizzazioni umanitarie di muoversi senza ostacoli, senza subire condizioni e in modo continuativo, per poter continuare a salvare vite umane.

E servono fondi. Dei 3,7 miliardi di dollari di previsti nell'Appello umanitario UNICEF per il 2018, ne abbiamo finora ricevuti solo 900 milioni, pari al 24%.

E, cosa più importante di tutto, c'è bisogno di pace

I bambini hanno bisogno di pace, ma nell'immediato le parti in conflitto sono obbligate almeno a rispettare le regole del diritto umanitario internazionale in tempo di guerra: regole che proibiscono attacchi contro la popolazione civile, le scuole o gli ospedali, l'arruolamento, il rapimento o la detenzione illegale di minori, la negazione ai civili dell'assistenza umanitaria. 

Quando scoppia un conflitto, queste regole devono essere rispettate, e coloro che le infrangono devono essere chiamati a risponderne.»

(Henrietta Fore, Direttore esecutivo dell'UNICEF)