
uniti per
i bambini

Roma, 6 dicembre 2005 - Gianfranco Rotigliano, il Rappresentante per l'UNICEF in Indonesia, è venuto oggi a Roma per il lancio del rapporto del Comitato Italiano per l'UNICEF ad un anno dallo tsunami. Il rapporto segue i due precedenti, a 6 mesi della tragedia e a 3 mesi.
Grande esperto di emergenze, nominato in Indonesia a ridosso dello tsunami, Rotigliano ha lavorato precedentemente in Repubblica Democratica del Congo, paese che anche oggi versa in condizioni disastrose, negli anni più difficili del dopo Mobutu e della guerra, e in Albania negli anni della guerra.
Lo abbiamo intervistato.
Per quanto sulle prime l'Indonesia fosse rimasta in secondo piano dal punto di vista mediatico rispetto alla Thailandia e lo Sri Lanka, dove erano presenti nostri connazionali e molti europei, l'Indonesia è stato tra i paesi più colpiti dallo tsunami, con 160.000 morti e dispersi solamente a Banda Aceh.
Arrivando sul posto, nominato rappresentante per l'UNICEF in Indonesia proprio a ridosso della tragedia, si assisteva ad un disastro dalle proporzioni inimmaginabili, impossibile da comprendere per chi non lo ha visto con i propri occhi, che le immagini non riuscivano a descrivere. Gente, come sonnambula, deambulava tra le rovine, senza punti di riferimento nella vita, in un deserto di macerie.
Già a tre mesi dall'onda, ed oggi ancora di più, non è più così. Le persone hanno ritrovato la voglia di porsi nel futuro. Oggi a Banda Aceh ci sono negozi, luci, ristoranti: le persone ricominciano a ricostruire le proprie case anche se ancora 350.000 persone vivono in baracche e 50.000 ancora in tende.
Non dobbiamo dimenticare che l'Indonesia era, in quel Natale del 2005, in guerra da 30 anni, e si trovava quindi in una situazione di chiusura rispetto all'esterno e di guerriglia interna. Sulle prime il governo indonesiano ha avuto un approccio molto cauto. All'inizio non si sapeva se potevamo restare, c'era l'esercito che controllava; questo in alcuni settori ha causato ritardi; poi in marzo-aprile ci hanno detto definitivamente che potevamo restare.
C'è da dire che uno degli effetti positivi dello tsunami in Indonesia è stato il ritorno della pace: le diverse forze in campo hanno deposto le armi in nome dell'emergenza. Il Paese si è aperta all'esterno, è uscita dal clima di grande sospetto verso lo straniero, non ci sono più militari a dominare lo spazio pubblico. Nel maggio 2006, inoltre, è stata istituita un'Agenzia governativa per la Ricostruzione (BRR), il cui responsabile è una persona di altissimo livello, Kuntoro Mangkusubroto, con cui si è instaurato un rapporto di collaborazione molto proficuo.
Oggi tutti i bambini vanno a scuola, senza eccezione, quasi tutte le scuole sono in condizioni accettabili: sono 120 per quanto siano provvisorie, ma in alcuni casi minoritari le scuole sono ancora sotto le tende. Tuttavia, tutte sono fornite di materiali didattici e hanno maestri formati sia nell'assistenza psico-sociale dei loro allievi, che sono i sopravvissuti al maremoto, sia nell'insegnamento di procedure nel caso di un'altra emergenza. Gli insegnanti sono inoltre supportati da psicologi e assistenti sociali professionisti.
L'assistenza psico-sociale è un problema molto grande, che non si risolve in 12 mesi e che per alcuni non si risolverà mai. Una delle strategie dell'UNICEF, propria alle emergenze, è stata innanzitutto ripristinare il prima possibile una parvenza di normalità, a partire dalla scuola, e quindi fornire assistenza.
A questo proposito, è bellissimo vedere i disegni dei bambini, che sono esposti in ordine cronologico nelle scuole: dai primi, dominati dal nero e da questa grande onda, agli ultimi dove ci sono tanti colori: giallo, rosso,verde, il sole, e questo è molto incoraggiante.
Per quanto riguarda ancora la condizione dei bambini: tutti i bambini sono vaccinati - da non sottovalutare, per altro, è il dato che dopo lo tsunami non si sono diffuse epidemie nonostante le precarissime condizioni igieniche e questo è una prova del buon lavoro effettuato.
Tutti i bambini e tutta la popolazione hanno a disposizione acqua potabile distribuita dall'UNICEF con tank e camion. Insomma tutti i servizi di base sono coperti.
Inoltre, a oggi e nonostante le voci che si sono diffuse a ridosso del maremoto, non ci sono casi segnalati di traffico di minori, in un'area sensibile e a rischio come il sud-est asiatico, perché il governo indonesiano, come i governi limitrofi, sensibilizzati immediatamente, hanno dato una risposta dura ed efficace.
È la ricostruzione, e prende tempo. Ci vorranno ancora almeno due anni per dichiarare conclusa la fase della ricostruzione. Vogliamo continuare a costruire senza corruzione: iIfondi devono essere spesi e bene. Noi non solo vogliamo edificare strutture migliori delle preesistenti, ma anche mettere in piedi sistemi che funzionino meglio e che siano promotori di sviluppo, e questo è possibile solo lavorando in accordo con le comunità.
Ci dobbiamo consultare con loro, sapere cosa desiderano. Un esempio: sapere dove vorranno installarsi gli sfollati. Ancora molti di loro non lo sanno, si sono rifugiati in montagna e non sono sicuri di voler ritornare vicino al mare.
E poi non bisogna agire nella fretta. Noi non vogliamo costruire scuole per 300 bambini se poi ce ne andranno a studiare soltanto 150. Vogliamo parlare con la gente, sapere cosa vuole e non voglio che, per fare le cose di corsa, fra 10 anni siano già in pezzi. I soldi, se tutti i pledge promessi dai governi arriveranno (per il momento noi abbiamo ricevuto ¾ dei soldi, ma altri uffici UNICEF di altri paesi colpiti, hanno ricevuto molto meno), ci sono, anzi, mai come in questa situazione ne abbiamo ricevuti con prontezza e in sì grande quantità.
Nella fase dell'emergenza, oggi chiusa, siamo riusciti a lavorare con grande prontezza e libertà: una situazione incredibile e rara perché per la prima volta nella storia, l'UNICEF ha ricevuto finanziamenti incredibili, che gli hanno permesso di ordinare e acquistare tutti i materiali di cui aveva bisogno con la certezza di avere un budget a disposizione non, come di solito avviene nelle altre emergenze a partire oggi dal Pakistan, in cui di fronte a problemi urgenti bisogna prima cercare i fondi per poter poi intervenire. In Indonesia,ci sono infatti arrivate risorse già a inizio gennaio.
L'UNICEF ha ricevuto finanziamenti in una misura imparagonabile al passato e in una percentuale invertita: per 2/3 ad opera di liberi cittadini e solo per 1/3 dai governi. I motivi di questo importante cambiamento si stanno studiando, ma quel che posso dire io è che tra questi motivi c'è che era Natale, che erano presenti nel sud-est asiatico molti connazionali occidentali, che si trattava di un tipo di catastrofe quasi biblica: questa grande onda, rara, mai vista prima.
Questa grande spinta solidale è molto importante e sarebbe necessario fosse riprodotta nei confronti delle altre emergenze in corso, proprio per le grandi potenzialità di azione che ha prodotto, e le altre emergenze sono tante: il Pakistan, il Darfur, il Niger, l'attuale terremoto che ha colpito la Tanzania e il Congo etc.
Per il momento sono state spese per coprire i bisogni primari della fase di emergenza 1/3 delle risorse arrivate; stiamo poi continuando a finanziare le strutture realizzate finora.
La posizione dell'UNICEF rispetto al grande numero di bambini rimasti soli è stata la promozione dell'accoglienza presso famiglie all'interno della comunità. La popolazione indonesiana, inoltre, ha un forte senso di solidarietà: i bambini orfani, dunque, sono stati accolti, spesso spontaneamente, dalle famiglie, e a volte con l'intervento dell'UNICEF e delle ONG partner. Ma queste famiglie hanno spesso pochissime risorse proprie. L'UNICEF, dunque, monitora l'affidamento e aiuta economicamente le famiglie di accoglienza, che aiuta anche a promuovere microprogetti.
Inoltre l'UNICEF ha creato 20 centri per bambini, ideando uno spazio che sia davvero affidabile per i genitori e davvero accogliente per i bambini, in cui possono giocare, formarsi etc, permettendo ai parenti e ai tutori di lavorare e ricostruire.
L'UNICEF inoltre continua a finanziare i 1200 insegnanti formati dopo lo tsunami, i centri sanitari e la fornitura di acqua potabile per 400.000 persone etc.
Ovviamente lavoriamo a stretto contatto con le altre agenzie delle Nazioni Unite, che incontriamo regolarmente per coordinare l'azione e anche con le principali ONG, che si sono costituite in rete, con le quali come UNICEF abbiamo un rapporto costante.
Nonostante ci siano reali motivi di soddisfazione, pensiamo che avremmo potuto fare di più e meglio e che una prossima volta lo faremo.
Per quanto riguarda l'emergenza in generale, sembra esserci un certo ritardo nell'edificazione delle abitazioni, un settore di cui l'UNICEF non si occupa direttamente, ma che indirettamente è strettamente collegato alla sua azione, visto che tocca direttamente i bambini.
Per quanto ci riguarda, invece, sicuramente avremmo potuto fare meglio nel raggiungere e contattare con maggiore celerità alcuni villaggi lontani e oggettivamente difficili da raggiungere dopo la catastrofe, o nella distribuzione delle risorse di cui, seppure io non creda ad una avvenuta lottizzazione delle risorse in Indonesia, perché tutti ne hanno goduto senza distinzioni di gruppi o di appartenenze, e pur sempre vero che le associazioni più forti, più antiche, più organizzate hanno ricevuto più risorse delle altre, ma anche perché sono oggettivamente più affidabili ed efficaci.
Quel che resta da fare, piuttosto, ora che la fase di emergenza è praticamente finita, è agire in quelle zone, non colpite dal maremoto, ma che, dopo 30 anni di guerra e di isolamento, oggi non hanno scuole, acqua potabile, servizi sanitari e di vaccinazione, e nessuna forma di assistenza.
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