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di Luca Cappelletti
Quanti sono i bambini poveri nei paesi industrializzati? Dove sono maggiormente presenti? Cosa stanno facendo i governi per eliminare questo problema? A questa e ad altre domande tenta di dare una risposta il nuovo Report Card realizzato dall'UNICEF - Centro di Ricerca Innocenti, che ha destato un certo allarme da parte dell'opinione pubblica e dei media.
La percentuale di bambini che vive in condizioni di povertà è aumentata, dagli inizi degli anni Novanta al 2001 in 17 paesi ricchi su 24. Messico e USA registrano i tassi più alti di povertà infantile, con oltre il 20%, seguiti dall'Italia, con il 16,6% (+2,6% in dieci anni); soltanto in 4 paesi - Australia, Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti - c'è stato un significativo decremento a partire dagli inizi degli anni Novanta. Tra questi, soltanto il Regno Unito ha mostrato un progresso significativo nella riduzione del tasso di povertà infantile. Danimarca e Finlandia hanno il tasso più basso, inferiore al 3%, mentre la Norvegia è l'unico paese dove si può parlare di povertà infantile "molto bassa e in continua diminuzione".
La ricerca rileva che tre elementi fondamentali - fattori sociali, condizioni del mercato del lavoro e politiche di governo - sono determinanti per i tassi di povertà infantile. In particolare, l'impegno del governo nel combattere la povertà infantile e le politiche concretamente perseguite possono fare una differenza sostanziale. Le notevoli differenze registrate anche fra governi che destinano quantità simili di risorse indicano che contano non solo la quantità, ma anche la natura degli stanziamenti previsti.

Il rapporto UNICEF evidenzia che molti dei paesi OCSE avrebbero la possibilità di ridurre la povertà infantile al di sotto del 10% senza un innalzamento significativo della spesa generale; questo dimostra che una più alta spesa pubblica per la famiglia e l'assistenza sociale è associata in modo evidente a tassi di povertà infantile inferiori.
In media si è visto che gli interventi governativi possono ridurre del 40% i tassi di povertà infantile che deriverebbero esclusivamente dalle forze di mercato. In Danimarca, Svezia, Finlandia e Belgio i tassi di povertà infantile sono al di sotto del 10% e almeno il 10% del Prodotto Interno Lordo è destinato alla spesa sociale finalizzata alla riduzione della povertà infantile. In questi paesi la percentuale di sussidi è maggiore per i bambini in età prescolare e viene meno dopo i 18 anni. Invece in Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna non soltanto piccole porzioni della spesa pubblica vengono destinate alla spesa sociale, ma questa ha un ruolo modesto nel proteggere le famiglie a basso reddito; inoltre le risorse pubbliche dirette alle persone con basso reddito sono concentrate soprattutto sulla popolazione dai 50 anni in su.
Il rapporto dell'UNICEF evidenzia le difficoltà insite nella definizione e misurazione della povertà infantile, sollecita i governi dei paesi ricchi a stabilire gli obiettivi per la riduzione della povertà infantile e a indicare una definizione di questa, insieme a piani programmatici e misure concrete per la sua riduzione.
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