Bambini oltre l'orizzonte - Appunti di viaggio

PARTECIPAZIONE
di Luigi Bisceglia, Laura Cavalli, Jennifer Dal Pian
volontari UNICEF Milano

 

Le riflessioni di tre giovani volontari dell'UNICEF di Milano, partiti per un'esperienza sul campo in Africa e in America Latina

 
due bambini angolani posano per il fotografo con bocca e occhi chiusi
© Jennifer Dal Pian/Angola

Da qualche anno, ormai, siamo volontari dell'UNICEF. Abbiamo iniziato a collaborare all'organizzazione del Corso Universitario di Educazione allo Sviluppo dell'Università della nostra città, ma col passare del tempo siamo rimasti coinvolti in tutte le altre attività del Comitato.
 
Grazie agli argomenti trattati durante i corsi ci è stato possibile approfondire il nostro interesse per tutte le tematiche legate alla cooperazione internazionale e nello stesso tempo ci è stato offerto un confronto diretto con gli operatori che, tornando "dal campo", raccontavano le loro coinvolgenti e toccanti esperienze.
 
Tutto ciò ha alimentato il nostro desiderio di vivere in prima persona l'esperienza sul campo e la scorsa estate, coadiuvati dal Comitato Italiano per l'UNICEF e con il supporto di alcune Ong, siamo partiti con destinazione Africa (Angola e Burundi) e America Latina (Brasile). Ecco le nostre esperienze.

 
 

"Mine, Angola"

Memory Box, Scatole dei Ricordi. Un contenitore pieno di pietre magiche, dipinto con i colori e con le immagini della propria storia. Mentre l'aereo lasciava il cielo di Luanda, quelle parole sono tornate alla mente e sono state fedeli compagne ogni giorno da allora. Più volte mi sono chiesta cosa conterrebbe la scatola dei miei ricordi angolani... - una voce, la voce di un bambino che indicandomi la mappa del paese mi dice: "MINE ANGOLA". Un gioco di suoni tra l'inglese e l'italiano, al di fuori di regole grammaticali, racconta la realtà di questo paese.
 
Spettro di mine in tutto il territorio angolano, tante quante i suoi bambini. Mine che rendono difficile il ritorno a una vita normale, la ripresa dell'agricoltura, la costruzione di infrastrutture. Difficile bonificare anche una sola terra, per costruire una sola scuola. Mine che rendono impossibile dimenticare l'orrore di una guerra che per 27 anni ha lasciato profonde cicatrici nei cuori e nei corpi di milioni di uomini, donne e bambini. Privati della loro casa, della loro famiglia, della loro stessa vita. Un respiro profondo, senti l'aria carica di umidità e dei suoi odori, acri e intensi delle fogne a cielo aperto e delle discariche tra baracche costruite con stuoie, legni, foglie di palma fatta essiccare, in un panorama di povertà e sfruttamento.
 
Il tocco di una piccola mano, quella di una bambina che il mondo non vede perché ha perso gli occhi, ma capace di riconoscere i fratelli accarezzandone i tratti del viso. Un'immagine su tutte, profondi occhi neri che sorridono. Ti siedi a terra con loro, basta poco, per iniziare, te lo insegnano loro, qualche foglio e qualche colore per disegnare i loro sogni dove il gioco della Pace è la loro Vita. «Tutto comincia dai bambini» sono le parole del rappresentante dell'UNICEF nel paese, Mario Ferrari; sono i progetti dell'UNICEF in Angola che rispondono alla voce della crianças (infanzia) con un approccio integrato a una quotidiana emergenza, lontana dalle luci e dai riflettori. L'UNICEF risponde da alcuni anni con il progetto "Programma de Educaçao para Vida e Paz". L'educazione alla risoluzione dei conflitti, ovvero Educazione alla Pace per costruire un futuro attraverso la non violenza, il dialogo e la cooperazione di tutti.
 
Il simbolo del progetto è l'immagine di bambini che si prendono per mano, così come l'UNICEF, da Milano, Roma, Luanda e in ogni angolo della Terra, prende per mano i bambini del mondo. C'è un sesto senso, non l'intuizione, ma il cuore. Il cuore dipinge la scatola dei ricordi angolani di rosso, come rossa è la terra d'Africa. Su ogni lato scrive i nomi di tutti gli occhi incontrati in questo viaggio, per non dimenticarli mai. Il sigillo è la scritta: "MINE ANGOLA", la mia Angola. Ora posso scriverlo anch'io.
(Jennifer Dal Pian)

 

Una speranza dal fango

Certamente non sono sufficienti 63 giorni per comprendere la profondità, la serietà e l'innocenza delle richieste dei meninos brasiliani, ma sono bastati per porsi delle domande e continuare a cercare delle risposte, per far crescere la speranza di un domani in cui tutto ciò che per me e per la maggior parte di voi è normale, possa essere alla portata di tutti.
 
Odore di fogna nauseante, acqua che sembra trattenere tutte le malattie del mondo, topi, cartoni (ossia case) ammuffiti e legno marcito dalla pioggia: questo non è l'inferno, bensì il luogo dove si svolge la vita quotidiana di migliaia di uomini, donne, ma soprattutto di bambini. Da Rio de Janeiro a Salvador de Bahia, dai sobborghi di Manaus ai villaggi costieri: la realtà appena descritta non è
localizzabile geograficamente, ma è la situazione diffusa nella maggior parte delle periferie brasiliane, che ho potuto vedere, vivere e respirare.
 
Stavo camminando sulle assi in una favela sul mare (costituita da palafitte) e mi chiedevo come fosse possibile vivere in quelle condizioni quando ecco un bimbo di circa 4 anni mi regala un sorriso travolgente, con tutta la naturalezza di cui solo i bambini sono capaci. Non è solo la sua risata, ma la sua capacità di riuscire a ridere divertito in quella condizione che per lui è la più normale delle normalità a farmi credere che anche per lui un domani ci sarà un riscatto. Come il colloquio a Rio con il responsabile dell'UNICEF, che mi dice che può esistere un futuro diverso a partire dall'inserimento scolastico dei più piccoli, dallo sviluppo di collaborazioni a tutti i livelli, da quello istituzionale a quello civile, affinché tutti i meninos, e non solo loro, continuino a regalare splendidi sorrisi, con una naturalezza che non abbia più ragione di essere spiegata.
(Laura Cavalli)

 

Il mio viaggio tra i Pigmei

Il Burundi ha un solo enorme problema: da più di undici anni è insanguinato da un'assurda guerra civile; il processo di pace è e sarà ancora molto lungo. I burundesi sono stanchi, ma non hanno nessuna intenzione di arrendersi. Credono fermamente che il loro paese possa rialzarsi e che le loro vite possano cambiare in meglio.
 
Il mio unico obiettivo era quello di diffondere "un'epidemia di amicizia"; è stato, invece, più difficile avvicinarmi ai bambini che giustamente avevano timore di un muzungu (uomo bianco, tendenzialmente cattivo!) e che forse non erano abituati a un maschio che volesse giocare con loro. I loro volti e i loro sorrisi mi hanno aiutato ad accettare bambini con la pancia gonfia piena di vermi, villaggi in cui non c'è assolutamente nulla di cui cibarsi, sparatorie tra ribelli Hutu e Tutsi. I Batwa (Pigmei), che in Burundi sono una minoranza etnica e non sono considerati appartenenti alla razza umana dal resto della popolazione, ci hanno dimostrato che comunque la vita continua e che poi ogni pretesto è buono per festeggiare ballando e cantando. In kirundi (la lingua locale) il saluto "ciao" corrisponde alla nostra parola "pace". Vi saluto allo stesso modo per non dimenticare che i problemi dell'Africa sono problemi universali e che ci toccano da vicino. Amahoro, a tutti voi!
(Luigi Bisceglia)

Ultima modifica: 26/04/2006 11.18

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