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In questi anni si è finalmente arrestata la tendenza alla crescita nel tasso di prevalenza dell'infezione da HIV, che fino al 2000 non aveva mai cessato di espandersi nel mondo in via di sviluppo.
Tuttavia, a causa del sempre più lungo intervallo di tempo che intercorre tra l'infezione e la malattia vera e propria (AIDS), il numero di morti per AIDS continua ad aumentare: se nel 2001 i deceduti per AIDS erano stati 2,2 milioni, il bilancio del 2006 parla di 2,9 milioni di morti.
A fine 2006, si stima che 39,5 milioni di persone nel mondo vivessero con il virus HIV nell'organismo. Erano 32,9 milioni nel 2001. La maggior parte dei sieropositivi e malati di AIDS vive in Africa subsahariana.

Nel 2006 4,3 milioni di persone hanno contratto il virus: i tassi più elevati di nuove infezioni (in termini relativi alla popolazione) si registrano in Estremo Oriente e negli Stati dell'ex Unione Sovietica.
In questi ultimi paesi, l'utilizzo di siringhe non sterili per le droghe iniettabili rimane la principale modalità di trasmissione del virus.
Recentemente, questo mezzo di contagio ha cominciato a rivestire un ruolo rilevante anche in alcuni paesi africani: in primo luogo nelle isole Mauritius, ma anche in Kenya, Nigeria, Sudafrica e Tanzania.
Nel subcontinente indiano e nel Sud-Est asiatico, il sesso con prostitute è il modo più diffuso di contagio.
Nell'ultimo biennio, si sono evdenziati focolai epidemici di HIV tra omosessuali maschi in numerosi paesi dell'Asia (Cina, India, Cambogia, Nepal, Pakistan, Thailandia, Viet Nam).
Gli squilibri di genere (comportamenti sessuali extraconiugali da parte maschile, pluralità di partner femminili occasionali, rapporti con ragazze molto giovani) continua a contribuire alla "femminilizzazione" della pandemia.
Le dinamiche stanno tuttavia mutando: sono sempre più numerose le donne sposate che contraggono il virus. Nel 2006, il 48% delle persone con l'HIV era di sesso femminile.
Anche essere giovani costituisce un fattore di rischio. Nel 2006, il 40% dei nuovi casi di infezione da HIV tra soggetti di età superiore a 15 anni si è concentrato nella fascia 15-24 anni.

Gli sforzi per estendere agli abitanti dei paesi poveri l'accesso ai farmaci antiretrovirali stanno dando i primi frutti.
A dicembre 2006, circa 2 milioni di pazienti affetti da HIV nei Paesi in via di sviluppo (pari al 28% dei 7,1 milioni di malati bisognosi di cure immediate) erano stati inseriti in programmi terapeutici.
La percentuale è la medesima in Africa subsahariana, continente in cui vive il 63% dei malati di HIV/AIDS di tutto il pianeta.
La vastità dell'emergenza in corso rende però necessario accelerare notevolmente questo progresso, ancora troppo timido. Nel 2006, si stima che 4,3 milioni di nuovi casi di infezione si siano aggiunti a quelli degli anni precedenti, ma soltanto 700.000 di essi (meno di 1 su 6)hanno avuto la possibilità di intraprendere cure adeguate.
Se questa tendenza continua, il numero delle persone sieropositive nello stato avanzato della malattia - e dunque in bisogno immediato di cure - sarà di gran lunga superiore rispetto a quelle per cui saranno accessibili i farmaci.
In 8 degli 11 paesi africani in cui sono state condotte sufficienti indagini statistiche si è evidenziato un lieve calo nei tassi di prevalenza dell'HIV tra i giovani dal 2001 a oggi. I progressi più rilevanti sono stati notati in Kenya, nelle aree urbane di Costa d'Avorio, Malawi e Zimbabwe e nelle zone rurali del Botswana.
La considerazione più preoccupante è che le misure di prevenzione non riescono a tenere il passo dell'espansione dell'epidemia. Recenti indagini in Africa mostrano come meno di un terzo dei giovani maschi, e appena una ragazza su cinque, abbiano una corretta comprensione del fenomeno HIV/AIDS e dei modi per evitare il contagio.

Nella maggioranza dei paesi, lo stigma sociale e la discriminazione nei confronti delle persone sieropositive scoraggiano molti dal sottoporsi al test per l'HIV e a rivelare il proprio stato ai partner sessuali.
Ricerche effettuate in una dozzina tra i paesi dell'Africa maggiormente colpiti dall'epidemia, soltanto il 12% degli uomini e il 10% delle donne hanno compiuto il test per l'HIV e ne hanno ritirato gli esiti.
Nel 2005, appena l'11% delle donne incinte sieropositive nei paesi a medio e basso reddito avevano accesso ai servizi per la prevenzione della trasmissione verticale (madre-figlio) del virus.
Un tragico aspetto della pandemia è l'enorme numero di bambini resi orfani o gravemente vulnerabili dalla morte dei genitori. Nel 2005, erano 15,2 milioni nel mondo i minori che avevano perso uno o entrambi i gentori per colpa dell'AIDS. L'80% di essi vive in Africa.
Se prosegue la tendenza attuale, nel 2010 gli orfani per AIDS saranno oltre 20 milioni.
Molti Stati stanno compiendo progressi nell'assistenza agli orfani, garantendo loro un "pacchetto" minimo di servizi sociali (istruzione, assistenza sanitaria, sostegno psicologico, protezione da abusi e sfruttamento).
Tuttavia, ciò che viene fatto è ancora molto poco rispetto alle necessità generate da questo fenomeno inedito e in rapida espansione.
Il diagramma mostra la netta differenza nei trend della diffusione dell'HIV in Africa subsahariana e nel resto del mondo. Dal 1990 al 2006, il tasso di prevalenza dell'HIV (15-49 anni) a livello globale è cresciuto in maniera lineare, rimanendo al di sotto dell'1%.
In Africa, il tasso di prevalenza dell'HIV ha descritto una brusca impennata tra il 1990 e il 2000 (passando dal 2% a oltre il 6%) per poi iniziare una lievissima discesa di lì al 2006.
La curva delle morti per AIDS in Africa descrive una sinusoide, con una ascesa da circa 200.000 decessi annui (1990) ai 2 milioni del 2006. Il numero di decessi non ha mai cessato di aumentare fino ad oggi.
Regione |
2006 |
America Latina e Caraibi |
72 |
Asia sud-orientale |
49 |
Asia occidentale |
37 |
Nord Africa |
35 |
Africa subsahariana |
28 |
Asia orientale |
26 |
Oceania |
10 |
Comunità Stati Indipendenti (ex URSS) |
10 |
Asia meridionale |
9 |
Paesi in via di sviluppo |
28 |
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