
uniti per
i bambini

Si è tenuto oggi 19 novembre, presso l'Auditorium dell'UNICEF Italia una giornata di studio e di approfondimento relativa ai diritti dei bambini rom, sinti e camminanti, alla quale hanno partecipato con i loro contributi esperti nazionali e internazionali.
L'iniziativa è stata organizzata dall'UNICEF Italia e si svolge nell'ambito degli eventi promossi per la celebrazione dell'anniversario dell'approvazione della Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia.
Il Seminario rientra nell'ambito delle attività promosse dall'UNICEF per la promozione e la tutela dei minori rom. «Come nel resto del mondo, anche in Italia, l'UNICEF accorda un'attenzione particolare ai gruppi più vulnerabili, tra questi includiamo i bambini e gli adolescenti rom, sinti e camminanti», ha sottolineato il presidente dell'UNICEF Italia Vincenzo Spadafora avviando i lavori.
La tutela e la promozione dei minori rom in Italia è, infatti, oggetto di costante attenzione nell'ambito delle raccomandazioni che il Comitato ONU sui diritti dell'infanzia rivolge al nostro paese.

La questione dell'integrazione delle comunità rom nell'ambito dei paesi in cui vivono è una tematica che non riguarda solo l'Italia, ha ricordato Luigi Citarella, membro del Comitato sui diritti dell'infanzia - organo internazionale deputato al controllo dello stato di attuazione da parte degli stati che hanno ratificato l'omonima Convenzione.
In ogni sessione il Comitato, infatti, nell'analizzare le legislazioni nazionali si trova a dover prendere posizione sulle discriminazioni che, di fatto, i minori rom subiscono. Nell'ambito del fenomeno tipicamente europeo, particolare preoccupazione viene espressa nei confronti delle politiche adottate in materia.
Soprattutto nei paesi dell'est europa, dove le comunità rom sono numerose, le forme di discriminazione nell'accesso all'istruzione e ai servizi sanitari assumono livelli preoccupanti. È necessario, dunque, ripartire scegliendo di non tollerare alcuna forma di discriminazione.

Il primo problema che i minori rom si trovano ad affrontare è quella del riconoscimento della propria dignità culturale.
La cultura tradizionale è fortemente radicata nella varie comunità che, come spiega Santino Spinelli, docente di lingua e cultura romanì nelle Università di Trieste e Chieti, tendono a tramandarla attraverso modelli orali di formazione che coinvolgono gli anziani, i genitori e i fratelli e le sorelle più grandi.
La società spesso percepisce solo gli aspetti più "folkloristici" del fenomeno, sottolinea Nazzareno Guarnieri, presidente della Federazione Rom e Sinti insieme. «La storia e le tradizioni del popolo rom vanno oltre le lunghe gonne delle donne».
Si tratta di bagaglio culturale tramandato da secoli che deve essere conosciuto affinchè gli interventi rivolti ai bambini rom siano efficaci. L'integrazione non deve quindi divenire "perdita di identità", ma forma di accettazione e di condivisione delle differenze culturali.
In questo percorso il primo scoglio può diventare la lingua. La maggior parte dei minori rom parlano la lingua romanì che rappresenta la lingua madre. Nell'ingresso a scuola questa realtà non viene riconosciuta poichè la legislazione sulle minoranze linguistiche (L. 482/99) non riconosce tale status al romanì.
Il riconoscimento potrebbe rappresentare un importante passo avanti per l'integrazione e lo scambio con le comunità rom in Italia.

L'UNICEF lavora in molti paesi con progetti e programmi rivolti all'integrazione delle comunità rom.
«Siamo coscienti delle specificità storiche e culturali che connotano tali comunità», afferma Jens Matthes, direttore della divisione diritti dell'infanzia dell'UNICEF internazionale, «per questo cerchiamo di avere un approcci olistico che non trascuri nessun elemento che potrebbe contribuire alla buona riuscita delle nostre iniziative».
L'UNICEF cerca di lavorare con le famiglie affinchè i minori vengano scolarizzati fin dalla prima infanzia. È dimostrato, infatti che i minori che frequentano la scuola fin dalla materna trovano più facilità ad integrarsi e "progettare" la propria vita senza forme di discriminazioni o costrizioni.
L'idea che il coinvolgimento nelle attività scolastiche possa essere il metodo giusto per evitare discriminazioni future è un'idea condivisa da molte organizzazioni.
Le esperienze e i buoni risultati raggiunti da ONG - Organizzazioni Non Governative - testimoniano l'importanza della scuola come prima agenzia educativa.
«L'esperienza di classi separate rivolte ai soli bambini rom si è dimostrata fallimentare e la forma di attuazione della Repubblica Ceca, per esempio è stata oggetto di forte contestatazione anche dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo», dichiara Idaver Memedov dell'European Roma Rights Centre.
Il Centro, operativo soprattutto nei paesi dell'est, raccoglie dati e informazioni sulle attività rivolte alle comunità rom per monitorarne i risultati.
Nell'ambito del "Grants Program", finanziato dal Roma Education Fund, molteplici iniziative sono state intraprese per combattere il fenomeno dell'abbandono scolastico e per creare percorsi ad hoc per favorire il rientro a scuola di chi ha abbandonato. I dati presentati da Beata Olahova, responsabile dell'organizzazione, sono molto significativi.

Secondo i dati presentati da Adriana Ciampa, del Ministero del Lavoro, salute e politiche sociali, in Italia sono presenti 150.000 persone appartenenti a comunità rom, sinti e camminati. Di questi il 70% circa ha meno di 25 anni e il 50% di questi ultimi ha meno di 18 anni.
Si tratta, dunque, di una popolazione molto giovane. Gran parte della popolazione rom è stanziata da molti anni in Italia e ha la cittadinanza italiana godendo dunque, a livello legislativo, di tutti i diritti e i doveri dei cittadini.
La mancanza di un Piano Nazionale Infanzia (l'ultimo risale al biennio 2002/04), e di una istituziona indipendente per i diritti dei minori, rendono ancora più complessa la programmazione di interventi rivolti ai minori rom.
La maggior parte della popolazione vive nella grandi metropoli italiane. A Milano sono censiti 20 campi e a Roma 26.
Molti, invece, fortunatamente sono riusciti ad avviare un percorso di vita lontano dalla situazione, definita di vera e propria segregazione da Santino Spinelli, nella quale si trovano nei campi nomadi.
Le condizioni di vita sono fondamentali per l'accesso all'istruzione e la tutela della salute dei bambini rom, ricorda Adriana Ciampa nel suo intervento. Dai dati del Gruppo di Lavoro sull'Osservatorio Nazionale Infanzia emerge, infatti, che la frequenza scolastica dei minori che vivono nei campi attrezzati (forniti cioè di luce, acqua e servizi igienici) è del 75% e si riduce, invece, al 45% per coloro che vivono nei campi non attrezzati o abusivi.
Gli interventi, dunque, devono partire da questi dati ed essere progettati e modulati con le comunità rom, ricorda Nazzareno Guarnieri. Scegliere congiuntamente gli interventi possibili e trovare un approccio caso per caso, infatti, garantisce una maggiore possibilità di buoni esiti, sottolinea Sergio Giovagnoli, responsabile welfare e diritti ARCI.
La giornata di studio e di approfodimento voluta dall'UNICEF si inserisce in un più ampio progetto di lavoro e programmazione degli interventi a favore dei minori stranieri e rom presenti in Italia.
Lo scopo dell'incontro è quello di redigere un documento programmatico che possa raccogliere i contributi di quanti lavorino quotidianamento per la tutela e la promozione dei diritti dell'infanzia.
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