[/unicefpeople/documenti/dettaglio.htm]
AREA

volontari

Ciad, il mio viaggio nella malnutrizione - 3

Una mamma e il suo bambino in un centro sanitario. ©Bianca Nicolini
Una mamma e il suo bambino in un centro sanitario. ©Bianca Nicolini

Dopo circa quattro settimane, sono tornata nella capitale per qualche giorno per fare rapporto sul lavoro svolto e per godere dei “lussi” offerti dalla città. Come appariva diversa N’Djamena adesso! Acqua calda e corrente, elettricità quasi sempre, disponibilità di acqua e varietà di cibo…. Veramente sembrava New York!

Durante il periodo trascorso a Mongo, innumerevoli sono stati gli episodi simili alla prima visita al Centro Nutrizionale Ambulatoriale del villaggio.

Se sono andata avanti, oltre alla mia forza di volontà devo senza dubbio ringraziare la mia compagna di avventura Valentina, la quale è stata sempre pronta a rincuorarmi nei momenti di scoraggiamento e a offrirmi una spalla sulla quale piangere.

Non so cosa sia scattato in me, e quando. So solo che giorno dopo giorno, la mia psiche ed il mio corpo sono semplicemente andati oltre l’asfissiante afa, i pericolosi insetti, gli irritanti ritardi, le imbarazzanti confusioni, le stancanti mancanze di organizzazione….

Sono andata persino oltre gli eterni fastidi di stomaco e intestino. Non credo che mi ci sia abituata, semplicemente ho iniziato a passarci sopra, andando oltre tutto ciò.

Le sensazioni di straniamento ed isolamento che mi avevano accompagnato all'inizio hanno lasciato il posto alla pazienza e all’accettazione. Pazienza per non poter fare tutto ciò che si vuole, come e quando si vuole; accettazione di dover fare del proprio meglio stando alle dure “regole del gioco”.

Sono tornata tutti i sabati al Centro Nutrizionale Ambulatoriale per aiutare i pochi volontari nelle visite ai bambini malnutriti. Prendevo il perimetro del braccio, misuravo il peso, calcolavo l’altezza e l’indice di malnutrizione di tutti i bambini che potevo esaminare.

Le condizioni non sono mai migliorate: caldo, mosche e altri malesseri non hanno demorso. Anche i bambini non hanno mai smesso di strillare, ma le madri, da schive e riservate, ora mi salutavano e mi ringraziavano per quello che facevo. Il loro stupore e la loro curiosità si sono evoluti in qualcosa simile alla riconoscenza e alla familiarità.

Oggi penso che tutte le difficoltà incontrate siano state un giusto prezzo da pagare per vivere l’azzeramento delle distanze: per essere a contatto con la popolazione, io con i bambini e le loro mamme.

Mongo: un’esperienza straordinaria in cui certamente ho "(ap)preso" più di quanto abbia dato.

Vorrei concludere questo racconto condividendo insieme a voi le quattro parole chiave della mia esperienza:

Shift: spostare - cambiare posizione, opinione, punto di vista
Engage: impegnarsi – fare una promessa, coinvolgimento, obbligo assunto verso gli altri
Share: condividere tutto ciò che si ha e che si prova con gli altri
Speak: parlare, raccontare, comunicare, esprimere fatti e sensazioni, sia piacevoli che spiacevoli.

(Bianca Nicolini)

Torna alla prima parte del racconto