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Ciad, tradizioni da superare per combattere la fame

Questo bambino viene pesato su una bilancia fornita dall'UNICEF. ©Anna Babini
Questo bambino viene pesato su una bilancia fornita dall'UNICEF. ©Anna Babini

L'autrice di questa storia dal campo, Anna Babini, partecipa a un programma di volontariato in Ciad. Da agosto 2010 collabora con l'UNICEF Ciad nei programmi di lotta alla malnutrizione infantile.

Cattive pratiche familiari e nutrizionali possono portare alla denutrizione dei più piccoli. Ci sono in Ciad credenze culturali e pratiche tradizionali, che si scontrano con la scienza e la medicina odierne. È necessario il superamento di antiche convinzioni nocive per la salute infantile.

L’UNICEF Ciad sta muovendo importanti passi anche in questa direzione: accanto alla somministrazione di Plumpynut per i bambini denutriti nei Centri sanitari e nutrizionali, l’UNICEF promuove un’attività di comunicazione diretta alle madri sulle "buone pratiche" familiari. L’obiettivo è quello di rendere la popolazione protagonista del cambiamento e dello sviluppo del proprio Paese.

Il Kanem è una grande e bellissima regione del Ciad nord-occidentale. Ho cominciato a conoscerla e ad amarla percorrendola in lungo e in largo, alla ricerca dei piccoli centri sanitari e nutrizionali come previsto dalla mia missione.

Il paesaggio varia da nord a sud: distese di sabbia, villaggi isolati di poche case di mattoni bianchi di sabbia e sterpaglia, fitti palmeti e ouadi coltivati con alberi da frutta e poi, a sud, infiniti chilometri di brousse, erba verde alta mossa dal vento, cespugli di kilimbè, alberi di acacia e di savonnier, a perdita d’occhio.  E anche qui villaggi radi, stanziali o di capanne nomadi.  

Alla bellezza naturale dei luoghi si contrappone la sventura di uomini e donne. In una regione già di difficile insediamento a causa della scarsità di acqua, i cambiamenti climatici degli ultimi anni, tra cui la quasi totale mancanza di pioggia nel 2009, hanno portato alla morte di innumerevoli capi di bestiame e al mancato raccolto di un intero anno.

Mentre lo Stato cerca di contenere la crisi, i prezzi dei prodotti alimentari aumentano senza controllo e le famiglie, abituate a un’economia di sussistenza e auto-produzione, vedono deperire i membri più deboli, i bambini.

Nel Kanem ci sono 30 piccoli centri sanitari con un programma nutrizionale speciale per i bambini da 0 a 5 anni affetti da malnutrizione acuta.

In questi centri le mamme portano i propri figli per ricevere assieme a soccorso e cure immediate anche il «Plim-plim», ovvero il Plumpynut, alimento terapeutico arricchito di vitamine, proteine e carboidrati, da somministrare esclusivamente ai bambini malnutriti che non presentano complicazioni mediche.

Assieme allo staff UNICEF, visito il Centre de Santé di Moal per la prima volta il 7 agosto. Tra le mamme che aspettano sedute sulla sabbia, ce n’è una sorridente che ci mostra il suo bambino, insistendo perché ci guardi e ci saluti.

Ma il bambino non dà segni di reazione agli stimoli della madre: la testa gli ciondola senza forze e dalla sua bocca piccola e asciutta esce un lamento costante.

Chiediamo alla madre come si chiama il suo bambino e quanti anni ha. La prima cosa che stupisce è che la donna non sa determinare l’età del figlio.

Dall’aspetto il bambino è denutrito e le misure antropometriche lo confermano: ha un peso e un perimetro del braccio nettamente inferiore alla media per un bambino della sua età.

Il bambino fa il “test dell’appetito”. Gli viene data una bustina di Plumpynut che lentamente mangia tra le braccia della sua mamma. L’appetito c’è. Ci interroghiamo, dunque, sulla causa della sua malnutrizione.

Rivolgiamo qualche domanda alla mamma per indagare le abitudini alimentari della famiglia e le condizioni di igiene e di salute dei suoi componenti.

Dopo poco veniamo a sapere che la donna è incinta di sei mesi e da cinque mesi non allatta più suo figlio.

«Perché?» chiediamo noi. Risponde: «Non allatto il mio bambino, perché ho paura che si ammali». Guardiamo il bambino quasi scheletrico; è debole e sembra incosciente, il suo piccolo viso corrucciato lascia intuire malessere e sofferenza.

«Ma il suo bambino non è già malato?», chiede il dottor Ahmat, capo-missione UNICEF. Nessuna risposta da parte della donna, che intimidita gira lentamente la testa dall’altra parte.

Cerchiamo di convincerla ad allattare il suo bambino per riportarlo ad uno stato di salute e forza fisica. Non sembra capire. Perché ci dia ascolto il capo-missione le ricorda che Allah non vieta alle donne incinte di allattare i bambini.

«Non è vero che il latte è impuro», come vuole la tradizione. Al contrario, Allah condanna i genitori che non si prendono cura dei figli. Neanche l’argomento religioso sembra essere convincente.

Alla fine della giornata la donna si allontana con il suo bambino e una razione di Plumpynut che le basterà fino alla settimana successiva, quando si recherà nuovamente al piccolo ambulatorio.

Torno a Moal la settimana dopo. Tra le mamme ritroviamo la stessa donna con il suo bambino.

Ora il bambino sta meglio: la testa non gli ciondola e lo sguardo è più presente. È sempre magro, ma sembra avere più forze. Chiediamo allora alla madre se ha ripreso ad allattarlo. Purtroppo la risposta è negativa.

Il piccolo miracolo quindi è dovuto esclusivamente al Plumpynut. Per fortuna la donna ha seguito le indicazioni del personale del centro sanitario somministrando l’alimento terapeutico al bambino tutti i giorni.

L’UNICEF, unico fornitore di Plumpynut nei centri, si può ritenere soddisfatto dei piccoli miracoli quotidiani che il prodotto riesce a fare.

Un gran lavoro, però, resta da compiere con la popolazione. Bisogna far comprendere i rischi che le famiglie corrono nel voler restare radicati in antiche credenze oggi smentite dalla scienza e dalla medicina.

Per questo l’UNICEF, oltre a far fronte alla crisi nutrizionale con una risposta all’emergenza, ha messo in atto una strategia multi-settoriale, che comprende anche un’attività permanente di “comunicazione per lo sviluppo”, per coinvolgere la popolazione nel cambiamento, affinché la soluzione sia duratura ed efficace nel tempo.

(Anna Babini)