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Meeting UNICEF, parliamo di razzismo a viso aperto

©UNICEF Italia/2011/A.Longobardi
©UNICEF Italia/2011/A.Longobardi

Si concentra sull’importanza delle parole la tavola rotonda “Tutti uguali davanti alla vita, tutti uguali davanti alle leggi”, sul fatto che usare un termine al posto di un altro può fare la differenza tra solidarietà e discriminazione.

A darle questa chiave di lettura è Daniela De Robert, giornalista RAI del Tg2, moderatrice dei vari interventi.

Inizia Issi Ademi, rappresentante della Rete G2, Seconde generazioni, che testimonia le difficoltà di chi è italiano ma che non viene riconosciuto come tale; le difficoltà di chi, solo a causa delle sue origini, non può vedere rispettati i suoi diritti all'interno del suo paese.

Come rappresentante delle seconde generazioni fa appello alla politica affinché proceda alla riforma della legge sulla cittadinanza.

Lo segue il sociologo Luigi Manconi, decisamente incisivo nell’affermare che «il razzismo non è più un tabù. E non lo è più a partire dal dicembre 2007, giorno in cui avvenne l’omicidio di Giovanna Reggiani ad opera di un romeno.

Tuttavia, non è vero che l’Italia è razzista, o che questa o quell’altra città e razzista. Sono poche le persone razziste, sono tante invece quelle che chiedono aiuto a non diventare razzisti, a non cadere nella trappola. E noi dobbiamo essere molto solidali ma, allo stesso tempo, molto intelligenti per accogliere questa richiesta d'aiuto.»

Un tratto del suo intervento si concentra sulla parola “clandestino”, che definisce «terribile, discriminatoria. Fino a pochi anni fa il suo uso era considerato improprio. Dal 2008, con l’introduzione del reato di clandestinità, che io ritengo anti-costituzionale, la parola clandestino ha iniziato a definire l’immigrato.

Questi ragazzi che migrano verso il nostro paese sono le persone più visibili del mondo, non vivono alla macchia – appena approdano in porto vengono accolti dai riflettori, li vediamo tutti in tv - eppure vengono chiamati clandestini.»

Pino Petruzzelli, scrittore e attore, interviene a partire dal suo libro più recente “Gli Ultimi” e ricorda come Rom e Sinti siano «sempre serviti a distrarre l’opinione pubblica dai problemi reali», mentre Silvia Guetta, pedagogista, fa un’analisi del concetto di intercultura e sottolinea l’abuso della parola “emergenza” per definire alcune questioni sociali che andrebbero affrontate con un approccio tutt’altro che emergenziale.

È poi il momento di Kledi, il ballerino Testimonial per la Campagna "Io come Tu", che racconta il motivo del suo impegno con l’UNICEF per la non discriminazione: «perché non voglio dimenticare come sono arrivato fin qui. Cercherò di portarla sempre avanti questa campagna!»

Quando sono partito dall’Albania (il 7 agosto 2011 saranno trascorsi esattamente 20 anni) sono stato spinto dal sogno di un’esistenza migliore, quel sogno però era stato fomentato dalla tv italiana. Una volta attraccato al porto di Bari le luci dello spettacolo si sono spente e in me è nata una piccola delusione, lo dico senza ipocrisia.

Io ora ho un privilegio, sono stato fortunato rispetto ad altri ragazzi come me venuti in Italia.
Ci sono stati tanti episodi in cui mi sono sentito un diverso. All’inizio nascondevo la mia identità albanese. Dicevo di essere greco o ungherese per trovare una nazionalità che non facesse paura. Ora lo dico apertamente che sono albanese. Ne sono orgoglioso.
Sono vicino ai “fratelli” tunisini che stanno arrivando in questi giorni sulle coste italiane. Penso al senso di umiliazione che si prova in queste circostanze.»

Mussi Bollini, di RAI Tre, fa l’intervento di chiusura. Parla della televisione come strumento di integrazione e lancia il concorso RAI-UNICEF “Un minuto di diritti” concorso riservato ai bambini e ai giovani dai 4 ai 18 anni, quest’anno dedicato al diritto alla non discriminazione.