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Tra le prigioniere di Boko Haram, dove una cintura esplosiva è l'ultima speranza

Fati, 16 anni, la ragazza protagonista di questa storia - ©UNICEF/UN015783/Prinsloo
Fati, 16 anni, la ragazza protagonista di questa storia - ©UNICEF/UN015783/Prinsloo
Aprile 2016 - «Quando quelli di Boko Haram vengono a chiedere alle ragazze? Chi di voi vuole fare un attentato suicida?' tutte si mettono a gridare 'Io! Io! Io!'. Fanno la lotta per essere scelte come kamikaze».

Le parole di Fati, 16 anni, fanno rabbrividire: l'idea che bambine e adolescenti siano disposte a farsi saltare in aria fra civili innocenti è del tutto innaturale, per noi. Ma la sua spiegazione è ancora più sconvolgente. 

Quel comportamento non è dovuto al violento indottrinamento condotto senza sosta dai loro rapitori, ma è l'ultima, disperata chance per salvarsi. 

«Non lo fanno perché hanno subìto il lavaggio del cervello» spiega Fati. «Soltanto vogliono farla finita con la violenza, gli stupri e la fame che subiscono ogni giorno. E poi ci sono i bombardamenti, continui, gli scontri a fuoco nella foresta...più di quanto si possa umanamente sopportare».

Farsi mettere addosso una cintura esplosiva diventa l'unica possibilità per sottrarsi a tutto questo.

«Se ti mettono la cintura, c'è qualche possibilità che incontri dei soldati e che tu possa gridare 'Ho addosso una bomba, aiutatemi!'. Se sei fortunata, vengono a rimuoverla. Allora sei libera.»

Fati racconta queste cose di fronte a una telecamera della CNN che la riprenda da dietro, per proteggere la sua identità. Proviene da Gulak, villaggio nello Stato di Adamawa, nel nord-est della Nigeria: la regione funestata dalle scorrerie di Boko Haram, che qui contende aspramente al governo federale il controllo del territorio. 

A due ore di macchina da qui c'è Chibok, la città in cui nell'aprile 2014 vennero rapite oltre 270 studentesse, episodio che diede vita alla campagna globale #BringBackOurGirls

«Un giorno, nel nostro villaggio due uomini hanno seguito me e mia cugina fino a casa. Si sono presentati ai miei genitori dicendo che volevano sposare me e mia cugina. Abbiamo tentato di opporci, dicendo che eravamo troppo giovani per sposarci, ma quando hanno tirato fuori le armi abbiamo capito tutto. Erano gente di Booko Haram. Non abbiamo avuto scelta e siamo dovute partire con loro.»
 
La ragazza, ancora quattordicenne, dovette acconsentire a un "matrimonio" con uno dei due rapitori e seguirlo nella foresta, dove i guerriglieri jihadisti conducono la loro lotta contro le forze regolari di Nigeria e Camerun. Racconta di avere conosciuto lì anche diverse delle studentesse rapite a Chibok e mai più liberate.

«Tutte le ragazze piangevano ed erano terrorizzate. E loro ci violentavano, tutte quante.»

Per salvarsi Fati non ha dovuto passare per la roulette della cintura esplosiva. Un giorno, nell'ottobre 2015, la pattuglia dei suoi rapitori è stata intercettata dai militari camerunesi, nella zona di confine con la Nigeria. I miliziani di Boko Haram sono stati arrestati e lei è stata mandata al campo profughi di Minawao, in Camerun. Il suo rapimento è durato 5 mesi.

A Minawao Fati è stata riunita a sua mamma Mariam e alla sorellina, di appena 8 mesi. Ogni giorno viene a trovarla un'assistente sociale di ALDEPA (Action Local pour Le Développement Participatif et Autogéré), un'organizzazione non governativa locale sostenuta dall'UNICEF.

Nel 2015 Boko Haram ha utilizzato minorenni in ben 44 attentati suicidi, 11 volte di più rispetto all'anno precedente. In tre quarti dei casi, le vittime erano bambine o ragazze. Con 21 attentati sul suo territorio, il Camerun ha superato addirittura la Nigeria per numero di episodi.