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Politiche per l'infanzia

Sussidi monetari per la famiglia, meglio affidarli alle donne?

Una donna con il sussidio monetario appena ricevuto © UNICEF/Ivan Grifi

27 giugno 2016 - L’UNICEF interviene con programmi di protezione sociale in più di 100 Stati e in molti di questi programmi si stanno espandendo rapidamente. 

Sono due le affermazioni che ci sentiamo spesso ripetere quando si parla di sussidi e differenza di genere: 

  • Un sussidio monetario, se dato alla donna, darà un miglior risultato per i bambini
  • Il sussidio incrementerà l’emancipazione femminile

Ma queste affermazioni sono dimostrate? 

In realtà ne sappiamo meno di quanto dovremmo, poiché le dinamiche di genere sono altamente contestuali e la loro efficacia varia in base ai modelli culturali di riferimento. Dunque è difficile fornire una conferma univoca e globale a queste due affermazioni.

Consideriamo il primo concetto, quello secondo cui uomini e donne impiegano un sussidio monetario in modo differente.

Che vi sia una differenza è pacifico, e abbiamo solide ricerche che dimostrano come le donne tendano a utilizzare il denaro ricevuto soprattutto per il bilancio familiare e non per consumi personali. Tuttavia, non disponiamo di studi rigorosi su quanti e quali siano i benefici concreti per i bambini.

Recentemente una ricerca finanziata dal governo britannico ha cercato di verificare questa tesi analizzando circa 6.000 articoli scientifici sull’utilizzo del sussidio economico tra uomini e donne. 

Ne è emerso che soltanto 15 di questi studi avevano effettuato una comparazione approfondita fra maschi e femmine, e che dunque non vi è alcuna prova conclusiva che i benefici per le famiglie   fossero maggiori a seconda del sesso della persona destinataria del sussidio.

una donna beneficiaria del programma Ghana’s LEAP cash transfer program © UNICEF/Michelle Mills

Un'anziana beneficiaria del programma di sussidi economici LEAP in Ghana

 

Emancipazione femminile e sussidi, servono più prove

Per quanto riguarda la seconda affermazione (quella secondo la quale un sussidio favorisce l’emancipazione femminile), un'analisi comparata sia quantitativa che qualitativa mostra che questo dato è confermato soltanto nei casi di sussidi monetari condizionati (Conditional Cash Transfers, o CCT), mentre nel caso di somme affidate senza condizioni gli effetti misurati non sembrano univoci.

I CCT sono anche bersaglio di critiche: ad esempio, quella che i sussidi  in denaro rinforzino i tradizionale ruoli di genere e incrementino il carico di lavoro che le beneficiarie devono sostenere per rispettare le condizioni richieste da chi eroga il sussidio.

Valutare queste critiche è però difficile, poiché vi è una miriade di indicatori eterogenei per misurare l’emancipazione femminile: dal grado di decisionalità delle donne nell'ambito della famiglia alla partecipazione alla vita sociale, dalla proprietà dei beni a quella della terra ecc.

Inoltre, i programmi di sostegno economico hanno impatto differente a seconda del contesto sociale di riferimento. Di fatto, gran parte della casistica su cui si basa il collegamento tra sussidi ed emancipazione femminili proviene dall'America Latina, dove i sussidi sono quasi sempre condizionali e sono operativi già da decenni, tutti fattori che condizionano la visione generale del fenomeno.

 

"Sono emancipata perché maneggio denaro": sussidi ed empowerment in Africa

Ma se ci spostiamo in Africa, le cose cambiano parecchio. Prendiamo in considerazione ad esempio l'iniziativa "Transfer Project", presente in 9 Stati dell'Africa Subsahariana e incentrata su un sistema di sussidi, in massima parte incondizionati, gestiti dai governi nazionali con l'assistenza tecnica di UNICEF, Save the Children UK e del Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale della Gran Bretagna (DFID).

In questi programmi, la maggioranza dei beneficiari sono donne sposate o vedove. Ad esempio, nel programma "Child Grant  Program" (CGP) attivo dal 2010 in Zambia, il 99 % dei beneficiari sono donne con figli da 0 ai 5 anni. Il programma consiste nella fornitura non condizionale di circa 11 dollari al mese, sufficienti per garantire un pasto al giorno a ogni membro della famiglia, con l'obiettivo di 1) ridurre mortalità, morbilità e malnutrizione infantile 2) incrementare la frequenza scolastica 3) aumentare - ma non sostituire! - il reddito familiare, ad esempio attraverso il possesso di capi di bestiame.

Sono stati successivamente condotti due studi per misurare gli effetti del programma sull’emancipazione femminile.

Nel primo studio, condotto per 4 anni con tecniche sia quantitative che qualitative, è emerso come le decisioni prese dalle donne all’interno si siano estese ad alcuni ambiti che prima erano appannaggio esclusivo degli uomini, ma con una "quota" di decisionalità talmente minima da far dubitare di un reale effetto di emancipazione. 

Ciò emerge anche dalle interviste ai vari membri delle famiglie beneficiate dal programma. 

Un marito ha efficacemente sintetizzato il comune sentire sui rapporti tra generi. «Qui in Zambia, le donne sono come il volante dell'automobile, e noi uomini siamo le mani che lo guidano dappertutto.» (uomo, 53 anni)

Anche se le interviste alle donne hanno evidenziato sfumature più sottili di emancipazione. quest'ultima sembra essere limitata alla dimensione concreta, finanziaria, del sussidio, anziché estendersi ai rapporti sociali tra i sessi.

«Mi sento emancipata grazie al sussidio. Prima non avevo mai posseduto dei soldi, ma adesso anche se mi limito a suggerire qualcosa a mio marito, non mi sento inutile perché per la prima volta in vita mia maneggio del denaro» (donna, 24 anni).

Una seconda indagine, condotta dall'UNICEF su un arco di 3 anni, ha riguardato gli effetti economici dei sussidi sulle donne. E se il concetto di emancipazione si è rivelato difficile da misurare, è apparso invece indubitabile che i sussidi monetari incondizionati (CCT) del Children Grant Program abbiano aumentato (mediamente del 100%) la capacità delle donne di risparmiare e di reinvestire le somme in attività generatrici di reddito.

Nelle parole delle beneficiarie intervistate si rispecchiava la soddisfazione per l'aumentato benessere personale e familiare connesso al nuovo status finanziario, ed è apparso chiaro che ciò era stato reso possibile dal fatto che il sussidio fosse stato elargito direttamente alle donne.

 

Conclusioni finali

In sintesi, le dinamiche di genere sono frutto del contesto culturale, ed è dunque impensabile che per i sussidi monetari possa valere l'ipotesi che "la stessa taglia va bene per tutti".

Le conclusioni che si possono trarre dagli studi che abbiamo preso in esame sono essenzialmente le seguenti.

 
1.    Sebbene il sussidio in denaro versato direttamente alle donne possa contribuire a ridurre la diseguaglianza di genere, esso non si traduce automaticamente in un maggiore beneficio per i bambini

2.    Affidare sussidi monetari alle donne non comporta un cambiamento ipso facto negli schemi che sovrintendono alle decisioni familiari, che dipendono da radicati ruoli di genere e rapporti di potere tra uomini e donne in famiglia. Più che una "emancipazione" difficile da misurare, è opportuno utilizzare indicatori economici concreti quali il tasso di rispamio femminile o la partecipazione delle beneficiarie ad attività lavorative.  

3.    Per ridurre la povertà e le disuguaglianze di genere dobbiamo essere pronti a fare modifiche progettuali per aumentare la probabilità che le donne possano (e vogliano) sfruttare appieno le opportunità offerte dai sussidi monetari. Una valutazione rigorosa deve accompagnare queste innovazioni, per misurare se fanno la differenza e a quali costi.

(nostra traduzione e adattamento da un post su UNICEF Blog di Jennifer Yablonski e Amber Peterman)



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