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Protezione dell'infanzia

Protezione dell'infanzia

Matrimoni precoci

Dati, video, notizie e storie dal campo sull'azione dell'UNICEF per contrastare il fenomeno dei matrimoni precoci

I "matrimoni precoci" sono le unioni (formalizzate o meno) tra minori di 18 anni, una realtà che tocca milioni di giovanissimi nel mondo.
 
Nei Paesi in via di sviluppo (Cina esclusa) circa 70 milioni di ragazze - una su tre fra coloro che oggi hanno un'età compresa tra 20 e 24 anni - si sono sposate in età minorile.
    
Sposarsi in età precoce comporta una serie di conseguenze negative per la salute e lo sviluppo. Al matrimonio precoce segue quasi inevitabilmente l'abbandono scolastico e una gravidanza altrettanto precoce, e dunque pericolosa sia per la neo-mamma che per il suo bambino. 

Bambini soldato e vittime di conflitti

Il Protocollo opzionale alla Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza relativo al coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati (2000) aumenta l'età minima per la partecipazione diretta agli scontri a fuoco dai 15 ai 18 anni (articolo 1) e vieta il servizio di leva o il reclutamento forzato al di sotto dei 18 anni (articolo 2).

Lo statuto della Corte penale internazionale (1998) pone come crimine di guerra l’arruolamento sotto i 15 anni in forze armate nazionali e il loro utilizzo nella partecipazione attiva alle ostilità in conflitti sia internazionali sia interni. La Convenzione n. 182 (1999) dell’Organizzazione internazionale del lavoro definisce il reclutamento forzato e obbligatorio di bambini una delle “peggiori forme di lavoro minorile” e lo vieta.

La mancata protezione dei bambini dall’utilizzo da parte di gruppi armati ostacola il raggiungimento di almeno tre degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio:
•    l'istruzione primaria universale (OSM 2) - infatti il bambino soldato spesso è tagliato fuori dalla possibilità di frequentare la scuola;
•    la riduzione della mortalità infantile (OSM 4) - i bambini coinvolti nei conflitti armati spesso non hanno accesso all'assistenza sanitaria e sono esposti a situazioni di pericolo di vita;
•    la lotta contro l'HIV/AIDS, malaria e altre malattie (OSM 6) - i bambini nei gruppi armati sono soggetti ad abusi sessuali e sfruttamento.

Dati e cifre

Si stima che 250.000 bambini siano coinvolti in conflitti in tutto il mondo. Sono usati come combattenti, messaggeri, spie, facchini, cuochi, e le ragazze, in particolare, sono costrette a rapporti sessuali, privandole dei loro diritti e dell’infanzia. Oltre un miliardo di bambini vivono in 42 paesi colpiti, tra il 2002 e oggi, da violenti conflitti. Ma l'impatto dei conflitti armati sui bambini è difficile da stimare a causa della mancanza di informazioni affidabili e aggiornate.
Si stima siano 14,2 milioni i rifugiati in tutto il mondo, di cui il 41% di età inferiore a 18 anni. E sono 24,5 milioni gli sfollati a causa dei conflitti, di cui il 36% sono minorenni. Non ci sono dati attendibili sul numero dei bambini associati a forze armate, ma oltre 120.000 sono stati smobilitati e reintegrati dal 1998, 11.400 nel solo 2010.

I principi guida dell’intervento internazionale
Per intervenire con efficacia, occorre analizzare i motivi sociali che portano al reclutamento di bambini: se sono reclutati forzatamente oppure si uniscono “volontariamente” a gruppi armati, al fine di sfuggire alla povertà e alla fame o per sostenere attivamente una causa. Occorre anche coprire l’intera gamma dei bambini coinvolti nelle forze armate – comprese le bambine – senza limitare l’intervento ai soli bambini arruolati formalmente.
E’ parimenti necessario dare continuità agli interventi di prevenzione e recupero: senza un sostegno duraturo da parte della comunità internazionale, i progetti di smobilitazione rischiano di essere inefficaci e puramente “di facciata”.
Monitorare efficacemente la situazione aiuta a mostrare l’effettiva estensione e gravità delle violazioni commesse, e costringere chi colpisce, abusa o sfrutta i bambini a renderne conto.

L’UNICEF opera per rispondere ai bisogni specifici e ai diritti dei bambini e delle bambine vittime dei conflitti armati, promuovendo interventi immediati e a lungo termine di sostegno psico-sociale, educativo, e di formazione professionale. Promuove la ratifica del Protocollo facoltativo sui bambini coinvolti in conflitti armati, sostiene il disarmo, la smobilitazione e i programmi di reinserimento per i bambini utilizzati da eserciti e gruppi armati e i programmi per proteggere i bambini dalla violenza, in particolare dalla violenza sessuale che ha come obiettivo le ragazze.
Dalla metà degli anni ‘80, l'UNICEF ha svolto un ruolo fondamentale nel sostenere e garantire la liberazione dei bambini da eserciti e da altri gruppi armati in paesi in conflitto di tutto il mondo, come Afghanistan, Angola, Burundi, Colombia, Repubblica democratica del Congo, Guinea-Bissau, Liberia, Mozambico, Ruanda, Sierra Leone, Somalia, Sri Lanka, Sudan e Uganda.

Visita il progetto "Costruire il futuro dei bambini vittime della guerra" in Sud Sudan


Lavoro minorile e sfruttamento

A livello internazionale si sono sviluppati diversi approcci interpretativi rispetto al lavoro minorile. L’UNICEF ha mantenuto un approccio articolato, accogliendo la distinzione emersa dal dibattito internazionale tra “child work” e “child labour”. Il termine “child work” è comunemente tradotto con “lavoro non lesivo”: con esso s’intende generalmente un’attività lavorativa leggera, non pericolosa né pregiudizievole, che si affianca alla frequenza scolastica e che non interferisce con la crescita del bambino, consentendogli ad esempio di contribuire all’economia familiare.

Il termine “child labour” – tradotto generalmente come “sfruttamento del lavoro minorile” - definisce invece un’attività lavorativa pesante, inadeguata per l’età del bambino e suscettibile di pregiudicarne lo sviluppo fisico, psichico e morale. Di solito si tratta di un’attività lavorativa che per la sua durata ed intensità impedisce al bambino di poter accedere all’istruzione di base.

La posizione pragmatica dell’UNICEF tiene conto del fatto che all’origine del lavoro minorile vi sono cause complesse, ma non deroga sul fatto che le condizioni di lavoro debbano essere dignitose e non compromettere la frequenza scolastica e lo sviluppo psico-fisico del bambino.


La normativa e gli impegni internazionali

I trattati fondamentali che tutelano i minori dai rischi del lavoro precoce e dal suo sfruttamento sono stati ratificati dall’Italia:

  • la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989 (CRC) e i suoi due “Protocolli opzionali sulla vendita, la prostituzione, la pornografia concernente i bambini” e sul “coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati” (2000) stabiliscono il diritto del minore ad essere protetto contro lo sfruttamento economico (art.32 e seguenti CRC) e contro ogni altra forma di sfruttamento (schiavitù, lavoro forzato, prostituzione minorile, pornografia minorile, traffico di minori, reclutamento forzato) pregiudizievole al suo benessere. Il minore non può essere costretto a svolgere nessuna attività che comporti rischi o sia suscettibile di porre a repentaglio la sua educazione, nuocere alla sua salute o al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale.
  • la Convenzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) n. 138 del 1973 sull’età minima di ammissione all’impiego afferma che nessun bambino deve essere impiegato in alcun settore economico prima di avere compiuto l’età prescritta per il completamento dell’istruzione scolastica obbligatoria e comunque non prima del compimento dei 18 anni per lavori che possano “compromettere la sua salute, la sua sicurezza o la sua moralità”.
  • la Convenzione OIL n.182 del 1999 sulle forme peggiori di lavoro minorile impegna gli Stati parte ad impedire che i minori siano coinvolti nelle cd. “forme peggiori di lavoro”.


Informazioni di base

 Il lavoro minorile è sia causa, sia conseguenza della povertà. Molti bambini sono costretti a lavorare a causa della morte o delle cattive condizioni di salute di un familiare percettore di reddito; inoltre la crisi finanziaria globale, aggravando le condizioni economiche, ha ulteriormente spinto i minori ad avviarsi precocemente al lavoro, specie verso le forme di lavoro più pericolose. Le conseguenze del fenomeno sono più pesanti per le bambine che, oltre a lavorare, devono occuparsi dei lavori domestici, trascurando la scuola. I minori impegnati nel lavoro minorile sono spesso invisibili perciò è difficile avere dei dati precisi, anche se negli ultimi anni si è verificato un aumento delle informazioni statistiche disponibili grazie a programmi specifici, come l’International Programme on the Elimination of Child Labour (IPEC) creato dall’OIL nel 1992.

Secondo le ultime stime OIL  il numero di bambini lavoratori è diminuito da 222 milioni a 215 milioni tra il 2004 e il 2008. Queste cifre fanno riferimento ai bambini che lavorano al di sotto dell’età minima di accesso al lavoro o al di sopra di tale età, ma in condizioni che minacciano il loro benessere psico-fisico (età compresa tra i 5 e i 17 anni). Su 215 milioni, 115 milioni sono esposti alle peggiori forme di lavoro minorile; il 60% dei minori lavoratori tra i 5 e i 17 anni è impiegato nel settore dell’agricoltura; i bambini che vivono in aree rurali, le bambine soprattutto, iniziano a lavorare già a 5-7 anni.

Secondo le più recenti stime UNICEF , in tutto il mondo 150 milioni di bambini tra i 5 e i 14 anni sono impiegati nel lavoro minorile. Queste stime si basano su dati provenienti da 102 Paesi. In Africa sub-sahariana più di 1/3 dei bambini lavora. Il metodo di raccolta dati dell’UNICEF è basato su una definizione di lavoro minorile comprendente sia le attività economiche sia il lavoro domestico.

Nel 2008 la XVIII Conferenza internazionale degli statistici del lavoro organizzata dall’OIL ha adottato una Risoluzione che formula una nuova definizione di lavoro minorile nel tentativo di giungere ad uno standard comune comprendente sia l’attività prettamente economica sia il lavoro domestico (non retribuito). Secondo la nuova definizione, il termine “lavoro minorile” a fini statistici include ora:
o    le peggiori forme di lavoro minorile, compresa la schiavitù; la prostituzione e la pornografia; le attività illecite e il lavoro che può compromettere la salute, la sicurezza o la moralità dei bambini (come affermato nella Convenzione OIL 182/1999);
o    l’impiego al di sotto dell’età minima dei 15 anni (come affermato dalla Convenzione OIL 138/1973);
o    i lavori domestici rischiosi non retribuiti : eseguiti per molte ore, in ambienti insalubri, in luoghi pericolosi e/o implicanti l’utilizzo di attrezzature non sicure e/o carichi pesanti.

In occasione della Conferenza globale sul lavoro minorile tenutasi a L’Aja il 10 e 11 maggio 2010 è stata adottata una “Roadmap verso l’eliminazione delle forme peggiori di lavoro minorile entro il 2016” attraverso interventi quali: il diritto a un’istruzione gratuita, obbligatoria e di qualità per ogni bambino; la considerazione del superiore interesse del minore e del suo punto di vista; la valutazione dell’impatto delle politiche governative sulle peggiori forme di lavoro minorile e la loro integrazione per una maggiore efficacia; la previsione di adeguate risorse; la previsione ed il rafforzamento delle sanzioni contro chi vìola la normativa a tutela dei minori che lavorano; il supporto delle famiglie nel proteggere i propri bambini attraverso il sistema di protezione sociale, ad esempio assicurando sostegno economico o promuovendo l’accesso al credito.

Dal 1 al 17 giugno 2011, in occasione della 100° Sessione della Conferenza Internazionale del Lavoro, appuntamento annuale in cui si riuniscono gli Stati membri dell’OIL, sarà discussa l’adozione di una bozza di Convenzione - e relativa Raccomandazione - sul tema del lavoro dignitoso per i lavoratori/le lavoratrici domestici/che.

La maggior parte di essi sono donne: cucinano, lavano, puliscono, si prendono cura dei bambini e degli anziani di casa, ma sono spesso escluse – di fatto e di diritto - dalle misure di protezione lavorativa e sociale poiché il lavoro domestico si svolge prevalentemente tra le mura di casa e riguarda compiti che le donne hanno tradizionalmente svolto senza essere retribuite.
Ciò nonostante c’è stata una crescente presa di coscienza, a livello internazionale, del valore economico e sociale del lavoro domestico e della necessità di migliorare le condizioni di vita e di lavoro di questi/e lavoratori/trici.


L’azione dell’UNICEF

L’UNICEF promuove a tutti i livelli (governativo, locale, imprenditoriale, sindacale, tra gli operatori, la società civile e tra gli stessi lavoratori minorenni) la conoscenza e il rispetto dei diritti dei bambini, riconoscendo che i principali interlocutori utili alla comprensione del fenomeno del lavoro minorile sono gli stessi lavoratori minorenni.

L’UNICEF lotta contro lo sfruttamento del lavoro minorile con programmi di sensibilizzazione, prevenzione e reinserimento scolastico o lavorativo per bambini lavoratori, ex-bambini soldato, bambini di strada, che prevedono orari flessibili, metodologie didattiche partecipative e un apprendimento che contempla competenze utili per la vita quotidiana e per la formazione professionale. A queste attività si affianca spesso il microcredito rivolto a nuclei familiari indigenti per avviare attività generatrici di reddito.


Dal 2000 l’UNICEF porta avanti il progetto congiunto Understanding Children’s Work (UCW) insieme ad OIL e Banca Mondiale per sviluppare nuovi indicatori comuni per la misurazione e il monitoraggio del lavoro minorile.
Nel giugno 2010 l'UNICEF insieme al Global Compact ONU e a Save the Children ha lanciato una consultazione tra il mondo imprenditoriale per giungere alla stesura congiunta di principi riguardanti l’infanzia (Children’s Principles for Business) che pongano i diritti dei bambini al centro dell’agenda mondiale della responsabilità aziendale e contribuiscano a far sì che le imprese rispettino e sostengano i diritti umani e i diritti dei lavoratori. Tali principi saranno lanciati a Novembre 2011.