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Salute

Serena Williams: così ho rischiato di morire di parto

La campionessa del tennis Serena Williams con una bambina in Ghana - © UNICEF/UNI46034/Hickling

21 febbraio 2018 - Serena Williams, star mondiale del tennis femminile e Goodwill Ambassador dell'UNICEF, ha voluto scrivere questa testimonianza della sua difficile esperienza di maternità in occasione del lancio del rapporto UNICEF "Every Child ALIVE" (in Italia: Ogni bambino è VITA), avvenuto ieri. L'articolo originale in lingua inglese è stato pubblicato sul sito web della CNN.

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"Quando ho dato alla luce mia figlia Olympia sono quasi morta. Eppure mi considero fortunata.

Anche se ho vissuto una gravidanza abbastanza facile, mia figlia è nata con un parto cesareo di emergenza perché la sua frequenza cardiaca era calata drammaticamente durante le contrazioni. L’intervento è riuscito senza problemi e, prima che me ne rendessi conto, Olympia era tra le mie braccia.

È stata l’emozione più intensa che abbia mai provato nella mia vita. Quello che però è successo 24 ore dopo il parto sono stati 6 giorni di incertezza. 

È iniziato tutto con una embolia polmonare, condizione in cui una o più arterie nei polmoni vengono bloccate da un coagulo di sangue.

A causa della mia storia clinica legata a questo problema, vivo sempre con la paura di questa possibilità. Perciò, quando mi è cominciato a mancare il respiro, non ho aspettato un attimo per allertare le infermiere.

Da lì hanno avuto inizio diverse complicazioni sanitarie, alle quali mi sento fortunata di essere sopravvissuta.

Per prima cosa, la ferita del cesareo si è aperta a causa della forte tosse provocata dall’embolia. Sono stata operata di nuovo, e il dottore ha riscontrato un grosso ematoma nell’addome, un rigonfiamento di sangue coagulato.

Sono dovuta tornare ancora una volta in sala operatoria per sottopormi a una procedura che impedisce ai coaguli di arrivare ai polmoni.

Quando finalmente sono tornata a casa, ho dovuto trascorrere le prime sei settimane di maternità a letto. 

Sono infinitamente grata di aver avuto la possibilità di essere assistita da medici e infermiere incredibili, in un ospedale dotato di attrezzature all’avanguardia. Sapevano esattamente come gestire quelle complicazioni, e se non fosse stato per la loro professionalità, adesso non sarei qui.

Secondo i CDC (i Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie, l'organismo governativo che regola la salute pubblica negli USA) le donne di colore negli Stati Uniti hanno probabilità tre volte maggiori di morire in gravidanza o per cause legate al parto rispetto alla media. 

Ma questa disparità non è un problema solo negli Stati Uniti.

in tutto il mondo, migliaia di donne affrontano enormi problemi per partorire nei paesi più poveri. E quando hanno complicazioni come le mie, spesso mancano i farmaci, le strutture sanitarie o i medici che possano salvarle.

Se non vogliono partorire in casa devono percorrere grandi distanze, al culmine della gravidanza. Prima di mettere al mondo una nuova vita, sono già pesantemente svantaggiate. 

 

Una storia senza lieto fine 

Vorrei raccontarvi la storia di una di queste donne, documentata dall’UNICEF in Malawi. la sua protagonista, Mary James, ha dovuto camminare per ore prima di raggiungere il centro medico più vicino mentre era già in fase di travaglio.

Quando finalmente è riuscita ad arrivare alla struttura, esausta, ha partorito ma solo per perdere il bambino qualche ora dopo. Aveva scelto un nome per lui, ma il bambino non ha mai aperto gli occhi. Non ha mai pianto. 

Mary James ha tenuto quel nome nel suo cuore, senza rivelarlo.

Il figlio senza nome di Mary purtroppo non è stato il solo a non farcela. Perché ogni giorno, nel mondo, circa 2.600 neonati muoiono nelle stesse ore in cui vengono alla luce.

Secondo i dati dell’UNICEF 2,6 milioni di neonati all'anno muoiono, quando le loro vite non sono neppure cominciate. Oltre l’80% di questi decessi potrebbero essere prevenuti. 

Sappiamo che le soluzioni esistono, e sono semplici: avere accesso a levatrici e ostetriche formate e a strutture mediche efficienti, insieme all’allattamento, al contatto pelle-a-pelle, all'acqua pulita, alle medicine di base e a una buona alimentazione.

Eppure ancora non ci siamo, non stiamo vincendo la sfida di proteggere tutte le donne del mondo che vogliono diventare madri.

Il bambino di Mary è morto perché non c'erano abbastanza medici e infermieri per  salvarlo.  Questo è un problema che affligge cronicamente i paesi più poveri.

Non sarebbe bello se vivessimo in un mondo in cui personale ostetrico sufficiente e strutture sanitarie adeguate fossero disponibili entro un breve raggio non solo per alcuni? Un mondo in cui farmaci essenziali e acqua potabile fossero disponibili per tutti? Dove il personale ostetrico potesse assistere e fornire consigli alle madri dopo il parto? Se vivessimo in un mondo in cui ogni madre e ogni neonato potessero ricevere assistenza sanitaria a basso costo e crescere in buona salute? 

Quel mondo è possibile, e dobbiamo avere il coraggio di volerlo per ogni donna di colore, per ogni donna del Malawi, per ogni madre al mondo.

In tutto il mondo, organizzazioni come l’UNICEF si impegnano a fornire soluzioni semplici per ogni mamma e ogni neonato: assumendo e formando più medici e ostetriche, garantendo infrastrutture sanitarie più pulite ed efficienti, rendendo disponibili i 10 farmaci e attrezzature più importanti per la sopravvivenza materno-infantile e, cosa più importante, informando e incoraggiando le adolescenti a chiedere assistenza di qualità.

Ogni madre, ovunque viva, a prescindere da appartenenza etnica o condizione sociale, ha diritto a una gravidanza e un parto in sicurezza. E tu puoi aiutare a fare in modo che questo diritti diventi realtà. 

Come puoi farlo? Ad esempio, chiedendo ai governi, alle imprese e ai fornitori di servizi sanitari di fare di più per salvare queste vite preziose.

Oppure donando all’UNICEF e alle altre organizzazioni nel mondo che lavorano per salvare mamme e neonati bisognosi di aiuto.

Facendolo, diventi parte di questa storia e contribuendo a far sì che, un giorno, chi sei e da dove vieni non sia ciò che decide per la vita o per la morte di tuo figlio.

Insieme, possiamo fare in modo che tutto questo cambi. Insieme, possiamo essere il cambiamento.

(Serena Williams)