Habib, dalla Guinea a Palermo e una vita che non ricomincia

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17/10/2016

Il corso l’ho iniziato. Per me che parlo francese l’italiano non è così difficile, so dire diverse cose: tutto a posto, come ti chiami, come stai. Ma oggi non ce la faccio a andare a lezione di italiano, non ho la testa, sto tutto il tempo a pensare, pensare. 

Penso a quello che mi aspetta, ma soprattutto penso alle mie 2 sorelline. Non tanto a mio fratello no, perché lui è come me, poco più piccolo, è già un uomo. Le mie sorelline invece sono rimaste là, con la mamma, papà lavorava per il governo, era autista, poi gli hanno sparato, è morto.

Habib tra pochi mesi diventerà maggiorenne e da 2 anni ha lasciato il suo paese, la Guinea, e da lì è passato in Mali, poi in Niger, la famosa traversata del deserto fino all'Algeria, di lì in Marocco e ancora Algeria, Libia, e il viaggio in mare. 

In Italia è arrivato in aprile, e da 5 mesi è in un Centro di Prima Accoglienza (CPA) di Palermo, dove i ragazzi per legge dovrebbero rimanere 60, al massimo 90 giorni. 

Ma Habib, come quasi tutti nel centro, non ha ancora fatto il dialogo con la Commissione che dovrà decretare il suo destino, accogliendo totalmente o parzialmente oppure rigettando la sua richiesta di asilo. E poi, se farà in tempo, andrà in un Centro di seconda accoglienza, per fare il suo percorso verso l’indipendenza e la cittadinanza italiana. Già, il tempo…

È partito quindicenne, e racconta di un viaggio durato 2 anni: ha fatto mille lavori manuali, nei campi, da muratore, ma anche in supermercati, caffetterie, ristoranti: 

Però io non so cucinare. Mi piacerebbe, ma non so farlo, e qui al centro lo fanno 2 o 3 miei amici. Loro sì sanno farlo, e se portassero una spesa decente sarebbe buonissimo.

Invece mangiamo poco, male. Eppoi non ho un soldo. E non ho i documenti.

Capisci? Certo che posso uscire dal centro, ma dove vado, cosa posso fare? non posso comprare niente, non ho i vestiti giusti, questa maglietta me l’ha prestata un mio amico del centro.

I primi mesi al centro c’erano altri 3 ragazzi della Guinea. Erano molto legati fra loro, ma poi uno è stato trasferito, l’altro è andato via da solo, senza documenti. E adesso solo Mamadou gli presta il suo cellulare per contattare qualcuno a casa. 

Le mie sorelle posso sentirle con WhatsApp. Le sento così poco, mi mancano così tanto. Mi manca la mia famiglia.

No, non ho mai pensato di tornare indietro. Ho preso la mia decisione, quando decido non torno indietro. In Guinea volevo fare il tassista, ma vedi come è finito mio padre? Lì il lavoro è un problema, sopravvivere è un problema. 

Qui è dura. Ci sono state settimane che rimanevo a letto tutto il giorno, senza fare niente, tutto il giorno. Non sapevo neanche che ora era quando mi alzavo, il tempo non contava.

Sì, a parte giorni come oggi, va meglio. Faccio tutte le attività. Il calcio non sempre, perché non sono un gran calciatore. Suono le percussioni, mi piace il reggae, canto, e quando abbiamo fatto il programma della web radio sì che mi sono divertito. 

Sì, sono più artista che calciatore, anche se a casa mi dicono che devo trovare un lavoro serio. Davvero, anche a voi in Italia dicono la stessa cosa? (ride)
 
Ti voglio dire una cosa: da quando ci siete voi, non solo io ma tutti qui al centro abbiamo una speranza. Ora la mattina mi alzo sempre...quasi sempre (ride), faccio le attività e parlo anche con gli altri perché le facciano.

Non solo l’orientamento legale, quello l’ho voluto fare due volte, anzi quattro perché l’ho fatto sia con il mediatore in inglese che con quello in francese. 

È stato bello anche il lavoro con le fotografie, quando raccontavamo delle nostre tradizioni, o del viaggio in mare. 

Habib mostra con orgoglio uno dei disegni appesi al muro. È mio, dice chi sono e perché sono speciale. 

Come vedi il tuo futuro, Habib? Pensi che ce la farai? 

Certo che ce la farò, sono qui per farcela: mandare i soldi a casa, e chiamare a casa tutti i giorni, avrò molto da raccontare alle mie sorelle. La prossima volta che torni, parleremo in italiano!

(testimonianza raccolta da Enrico Noviello, UNICEF Italia)

17/10/2016

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