In fuga per la vita. Viaggio nel deserto del Corno d'Africa

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11/07/2011

Dadaab, Kenya orientale - È stata una decisione difficile, ma alla fine la ventunenne Hawa Issak ha deciso di lasciare la sua casa. La siccità aveva distrutto tutta la sua famiglia, suo marito l'aveva lasciata e lei era incinta.

Non intravedeva un futuro nella regione di Gedo (nel sud della Somalia) per lei e per il suo bambino prossimo alla nascita, così ha intrapreso un viaggio di 420 chilometri insieme ad altre sei famiglie, nella speranza di trovare aiuto nel vicino Kenya.

Hanno camminato per 28 giorni nell’afa e nella polvere, fino a quando finalmente hanno raggiunto Dadaab, una volta un piccolo villaggio nel Kenya orientale, che è diventata sede del più grande campo profughi attualmente esistente al mondo.

Venti pesanti soffiano attraverso i campi aperti di Dadaab. I volti dei bambini sono coperti di polvere e tutti fanno difficoltà a respirare e parlare. Cadaveri di animali sono distesi tra cespugli secchi: non è facile per nessuno sopravvivere in un ambiente così afoso.

I tre campi di Dadaab - Ifo, Hagadera e Dagahaley - sono stati creati anni fa per accogliere il costante flusso di rifugiati in fuga dai combattimenti e dalla situazione di insicurezza nella vicina Somalia, che si protrae da oltre 20 anni.

Originariamente programmato per ospitare un massimo di 90.000 rifugiati, Dadaab è diventato il terzo più grande insediamento in Kenya, dopo la capitale Nairobi e la città portuale di Mombasa.

La popolazione del campo è cresciuta arrivando a 380.000 persone. Quasi tutti vivono in tende di fortuna. Tra gennaio e giugno, sono arrivati più di 60.000 nuovi rifugiati. Dalla fine del mese scorso l’aumento è stato massiccio, rendendo la situazione inimmaginabile.

«Guardandosi attorno, si vedono soprattutto donne e bambini», spiega Elhadj As Sy, direttore dell'ufficio UNICEF per l'Africa orientale e meridionale. «Sono ancora una volta i più colpiti da questo triplo shock di siccità, che è legato ai cambiamenti climatici, ai rincari nei prezzi dei prodotti alimentari e al conflitto armato in Somalia. La gente ha attraversato tante difficoltà per arrivare qui. Si trova in pessime condizioni. È davvero umiliante trovarsi qui ».

I profughi a Dadaab, tuttavia, sono solo parte di un problema molto più grande. Due stagioni consecutive in cui le piogge sono mancate, l’aumento dei prezzi fino al 200% di alcuni prodotti alimentari di base, e  la ripresa dei combattimenti in Somalia: queste le cause che hanno portato il Corno d'Africa a dover affrontare una delle più gravi crisi alimentari attualmente in corso nel mondo.

Più di 10 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria. Tra loro ci sono oltre 2 milioni di bambini sotto i cinque anni che soffrono di malnutrizione, tra cui 500.000 che sono gravemente malnutriti, una minaccia che necessita interventi urgenti. Un bambino gravemente malnutrito ha 9 volte più probabilità di morire di un bambino sano.

L'UNICEF sta fornendo alimenti terapeutici ai bambini più a rischio. I casi più gravi ricevono latte terapeutico per stabilizzare le loro condizioni. Dopo tre o quattro giorni, il latte di solito può essere sostituito dal Plumpynut, una pasta di arachidi altamente energetica, che li aiuta al recupero nelle settimane seguenti.

Alcuni, tuttavia, raggiungono l'ospedale troppo tardi. La scorsa settimana, sei bambini sono morti nel Centro nutrizionale terapeutico del campo di Ifo, che Elhadj As Sy ha visitato domenica.

«La cosa più impressionante per me è che le madri più povere nei casi più gravi di privazione ancora amano i loro figli e vogliono il meglio per loro. Vogliono che siano ben nutriti, istruiti e che abbiano un futuro» afferma Elhadj As Sy. «Ascoltare le loro storie, raccontate con il sorriso sui loro volti e la speranza per il futuro, è una vera fonte di ispirazione per tutti noi

Nel bel mezzo della polvere e del disagio, una di queste storie di ispirazione e di coraggio è la storia di Hawa Issak.

Poco dopo il suo arrivo a Dadaab ha dato alla luce un bambino, il suo terzo figlio. «Gli ho dato il nome di Ibrahim», dice con orgoglio con un sorriso sul suo viso. «Siamo sani e salvi... per il momento

(storia raccontata da Michael Klaus, nostra traduzione)


11/07/2011

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