"Vite nel limbo": rapporto a 6 mesi dall'esodo dei rifugiati Rohingya

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21/02/2018

23 febbraio 2018 – Urgono impegni immediati per aiutare 720.000 bambini Rohingya, minacciati dall'imminente stagione dei cicloni in Bangladesh e dalle continue violazioni dei diritti umani nel Myanmar.
 
Nel nuovo rapporto della serie "Child Alert" intitolato Vite nel limbo, lanciato oggi a 6 mesi dall'inizio (23 agosto 2017) dell’ultimo esodo di massa di rifugiati di etnia Rohingya dal Myanmar al Bangladesh meridionale, l’UNICEF afferma che le inondazioni dell'imminente stagione dei cicloni potrebbero abbattersi sui precari e insalubri campi profughi in cui vive la maggior parte dei rifugiati, aumentando la probabilità di epidemie di malattie veicolate dall'acqua e costringendo a chiudere centri sanitari, scuole di emergenza e altre infrastrutture.
 
Secondo il rapporto, circa 185.000 bambini Rohingya sono rimasti nello Stato di Rakhine (la regione del Myanmar in cui risiede storicamente questa minoranza di religione islamica) terrorizzati  dai massacri e dagli orrori che hanno spinto tanti dei loro parenti e amici a fuggire.
 
Si stima che siano circa 534.000 i bambini Rohingya rifugiati in Bangladesh, inclusi quelli provenienti da flussi migratori degli anni precedenti.
 
«Circa 720.000 bambini rohingya sono di fatto in trappola, perché circondati dalla violenza e costretti a sfollamenti forzati all’interno del Myanmar o perché bloccati in campi sovraffollati in Bangladesh, senza la possibilità di tornare alle loro case» spiega Manuel Fontaine, Direttore dei Programmi di Emergenza dell’UNICEF.
 
«Questa crisi non ha soluzioni rapide. Potrebbero passare anni prima che si risolva, a meno che non ci sia uno sforzo concertato per affrontarne alla radice le cause
 

Sbloccare l'azione umanitaria nel Myanmar 

L’UNICEF chiede al Governo del Myanmar di porre fine alle violenze e di affrontare quella che definisce una crisi dei diritti umani nello Stato del Rakhine, facendo riferimento alle restrizioni per la libertà di movimento del popolo Rohingya, all’accesso estremamente limitato alle cure mediche, all’istruzione e ai mezzi di sussistenza, e alla dipendenza che ne deriva dal supporto umanitario.
 
Secondo il rapporto, il riconoscimento dei diritti di base del popolo Rohingya potrebbe creare le condizioni necessarie per il ritorno dei rifugiati alle loro case in Myanmar.
 
«Queste persone non torneranno a casa fino a quando non saranno garantite loro sicurezza e incolumità, non sarà riconosciuta loro la cittadinanza e non potranno mandare i propri figli a scuola e avere la possibilità di un futuro» ribadisce Fontaine. 
 
Il divieto di accedere a diverse zone nel Rakhine da parte del regime birmano ha gravemente limitato, sin dall'agosto scorso, il lavoro dell’UNICEF e di altre organizzazione umanitarie.
 
L’UNICEF considera indispensabile avere un accesso immediato e privo di restrizioni a tutti i bambini che vivono nel Rakhine, come anche un impegno duraturo per affrontare le tensioni fra le comunità e promuovere la coesione sociale.
 

Bangladesh, un esempio per il mondo

Nel Bangladesh, gli sforzi per portare aiuti, guidati e supervisionati dal Governo bengalese, hanno finora evitato il disastro, mentre 79.000 Rohingya sono stati accolti dalle comunità locali.

L’UNICEF è tra i protagonisti di una vastissima risposta umanitaria internazionale, con lo scavo di pozzi, l'installazione di migliaia di latrine e la realizzazione di campagne di vaccinazione per proteggere i bambini dal colera, dal morbillo e da altre malattie. 
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21/02/2018

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