Caserta

Gli studenti di Aversa ricordano Emanuele

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03/06/2013


Pubblichiamo con convinzione questo toccante documento, scritto dagli studenti dell’Osservatorio di Prospettiva per i giovani del territorio, creato dopo la tragica scomparsa di Emanuele Di Caterino, il 14enne accoltellato e ucciso da un altro minorenne, dopo una lite nel centro di  Aversa (CE), nello scorso mese di aprile. 

Principali animatori dell’iniziativa sono gli studenti: Domenico Vitagliano, Giuseppe D’Aniello, Emanuele Verolla (4L), Pasquale Vassallo (5N) e Carlo Molinaro (5M). 

Il documento è stato presentato ai media, alle istituzioni e alla cittadinanza durante la manifestazione “Aversa città amica”, che si è tenuta martedì 25 maggio 2013, su impulso del Comitato provinciale di Caserta per l’UNICEF.
 
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È passato poco più di un mese dalla morte tragica del nostro compagno e amico, Emanuele Di Caterino; è passato poco più di un mese da quel giorno che ha visto anche la morte dell’umanità di un altro ragazzo, l’aggressore, che ha compiuto un gesto folle e incomprensibile. Ma non solo: quel giorno è morto qualcosa anche dentro di noi; quel giorno ci è sembrato di diventare adulti improvvisamente, forse nella maniera peggiore, sbattendo il muso contro il lato oscuro dell’esistenza. 
 
Tuttavia non vogliamo rassegnarci al senso d’impotenza, non vogliamo correre il rischio di cominciare  a pensare: “È così che vanno le cose”. Il giorno dopo la morte di Emanuele, tanti di noi si sono ritrovati in piazza, lungo le strade della città, per dire no alla violenza, non alla paura, no all’insicurezza delle nostre vite, delle nostre terre.
 
Quel corteo è partito da scuola – il luogo che Emanuele frequentava ogni giorno – ma poi ha attraversato la città fino a quel luogo dove Emanuele ha perso la vita in un modo assurdo, incomprensibile: e quel luogo non è una periferia dimenticata, non è un Bronx, ma il “salotto buono” della città. Quello in cui si dormono sonni tranquilli…

È passato un mese dalla morte di Emanuele: abbiamo partecipato ai suoi funerali, ci siamo uniti al dolore straziante dei genitori e dei fratelli; abbiamo voluto ricordarlo dedicandogli il nuovo campo di calcetto del liceo, ma con il passare dei giorni, con la ripresa della routine quotidiana, abbiamo paura che il silenzio possa coprire il nostro grido di dolore. Abbiamo paura che il desiderio di normalità possa prevalere sull’inquietudine, sul senso dell’assurdo che questa storia, come una voragine, ha aperto dentro di noi.

Vogliamo dirlo a tutti, questo non accadrà. Non cominceremo a pensare che una cosa del genere possa essere normale, ineluttabile, possa essere il destino o la volontà di Dio. E se il silenzio scenderà su questa storia, come abbiamo fatto con il corteo, faremo quel che dice una vecchia canzone di De Andrè: «Verremo ancora alle vostre porte, e grideremo ancora più forte».   

Ma vogliamo anche che il nostro grido sia un grido di speranza, una voce propositiva, un invito ad unirsi per trovare una strada diversa al futuro. Oggi non abbiamo soluzioni da dare, non abbiamo le competenze per escogitarle e il potere per attuarle. Però abbiamo una serie di domande da fare e vorremmo che fossero ascoltate, che fossero prese seriamente come questioni importanti, indispensabili per continuare a vivere qui:

  1. Sono anni che, la sera, ci incontriamo per strada: i nostri genitori facevano lo stesso (anche se in luoghi diversi), qui ad Aversa si è sempre fatto così. Perché non ci sono spazi pubblici per ritrovarci, oppure se ci sono vengono messi sotto chiave prima che faccia buio. Vogliamo smettere di elemosinare spazi, di inventarceli; vogliamo smettere di occupare le piazze o le strade semplicemente perché non c’è alternativa.
  2. I luoghi della “movida” sono sempre gli stessi, sono luoghi abituali: si concentra lì una grande quantità di ragazzi, eppure difficilmente si vede passare una volante, una pattuglia, un’auto della polizia municipale.
  3. Le nostre serate improvvisate, trascorse per strada, sono anche la conseguenza di una città in cui non accade mai niente di interessante: non ci sono eventi, cultura, concerti, proposte per un divertimento sano. Soprattutto mancano quelle rivolte ai giovani che sono i soggetti che ne hanno più bisogno.
  4. Lo sport è un grande strumento per prevenire il disagio, il conflitto; tuttavia per fare sport in questa città bisogna rivolgersi a una società privata, pagare una palestra o un corso di nuoto. E spesso hanno problemi anche a trovare spazi per esercitare l’attività.
  5. Abbiamo bisogno di più spazio e più tempo: più spazi ricreativi più luoghi di ritrovo; più tempo scuola, più tempo per stare insieme e per crescere serenamente, sperimentare il mondo e il futuro che verrà. Per questo abbiamo bisogno di più dialogo e più ascolto. Noi siamo pronti.

03/06/2013

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