Modena

I volontari UNICEF nelle tendopoli dell'Emilia Romagna: una calda giornata di solidarietà

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11/07/2012

11 luglio 2012 - La sveglia suona all’alba in questo caldo martedì di inizio luglio. 

Oggi, però, è per una buona causa. La destinazione è scritta e conosciuta da tempo, ma non si è mai abbastanza pronti al primo impatto.

Con un trenino locale percorro quel filo di terra che da casa mia diventa Emilia. Quanto l’abbiamo sentita nominare e quanto è bella, soprattutto al suo risveglio.

Il giallo del frumento taglia nettamente il cielo che è già blu: se non fosse per qualche sparuto fiore di lavanda e un paio di nuvole leggere che fanno eco alla linea dell’orizzonte a ricordarci la varietà delle tinte, non osserveremmo che due colori.

Dal treno si passa alla macchina. Si cambia velocità, si attraversano vie e vite vere: autostrada, poi strade sempre più piccole, curve, campi, quanti campi, cascine, anime di paese.

In macchina si chiacchiera.

Il diario di Gabriele Zagni, volontario Younicef, che racconta: "Abbiamo teso una mano e ci siamo trovati stretti in un abbraccio."

Non ci si vedeva da tempoCon i volontari Younicef è così: si viene un po’ da ogni luogo ma ci si conosce sempre e ci si ritrova dappertutto, perfino col presidente [Giacomo Guerrera, presidente dell'UNICEF Italia] nel quale incappiamo parcheggiando durante la sosta. Non ci sono leggi che riescono a spiegare come ciò sia materialmente possibile; fatto sta che le parole scorrono a fiumi.

Poi però si riparte e cala il silenzio. Quelle strade sempre più piccole sono ora affiancate da case con giardini curati e tende.

Le prime sembrano quasi casuali: vezzi estivi dei bambini di una volta… poi sono sempre di più. Siamo nel modenese. Sono il segno della paura che qui è quasi tangibile. Quelle tende davanti a case agibili ci parlano e noi stiamo in silenzio. 

Si sente il rumore del pensiero di tutti che cresce man mano che i simboli di questo evento si fanno più evidenti: è il terremoto.

La strada continua a scorrere. A San Possidonio ci arriviamo in anticipo: in fondo scendiamo chi dal milanese, chi dalla bassa Lombardia. 

Alla spicciolata si forma il gruppo: il Presidente dell’UNICEF Italia, Giacomo Guerrera, la Presidente del Comitato Regionale UNICEF dell'Emilia Romagna Lea Boschetti e il Presidente del Comitato provinciale UNICEF di Bologna Gianalberto Cavazza, lo staff UNICEF - con le splendide Chiara Ricci e Elisabetta Della Croce - i volontari Younicef e le autorità locali: è il momento della consegna dei materiali donati da Foxy.

 

Ci troviamo nel Centro di smistamento degli aiuti. Ci facciamo da parte con cautela quando arrivano famiglie: il rispetto prima di tutto.

Sono minuti felici e carichi di riconoscenza, ma anche minuti in cui si rompe il ghiaccio e il gruppo si crea, si mescola.

Un giovane e un adulto si scambiano impressioni: ascolto incuriosito dalla breve distanza la timida richiesta di informazioni di una ragazza che viene soddisfatta da un fiume di immagini descritte con dovizia di particolari. Non è poi nemmeno così difficile: i segni di quello che è successo ci circondano.

È incredibile quanto ci sia da dire. I negozi sono aperti e ospitano nelle loro vetrine i numeri dei professionisti che ora esercitano in casa; una parrucchiera annuncia che la sua casa è agibile e da domani la messa in piega si può fare da lei (ovviamente per chi sta nelle tendopoli c’è uno sconto); un panettiere si è trasferito in fondo alla via; la farmacia è un bungalow che è anche un bancomat.

Un cartello ringrazia i ragazzi di Sassuolo: prova che non siamo i soli, prova che gli italiani sono un popolo splendido che sa unirsi quando c’è bisogno.

C’è il mercato nella piazza della chiesa crollata che le televisioni ci hanno propinato ripetutamente. La vita va avanti.

Anche la nostra visita prosegue: è il momento del passaggio nei luoghi più colpiti, come se in fondo non ci circondassero già. Ogni crepa parla da sé.

Prima, però, una sosta alla Cooperativa di Produzione Lavoro di Concordia (CPL), partner dell’UNICEF per questa azione di solidarietà vicina.

Le autorità locali ci accompagnano e continua lo scambio di opinioni. L’impasse delle domande è superata: i dialoghi e i racconti si incrociano, senza differenze d’età.

Proseguiamo… Scortati dai Vigili del Fuoco (che eroi, che forza, che determinazione e che pazienza) entriamo nella zona rossa di Concordia. 

Indossato il nostro caschetto di sicurezza riceviamo ordine di procedere con cautela, stando al centro delle strade: le case sono pericolanti e i crolli incombono imprevedibili. Le vie sono fiumi scavati tra due argini di macerie e brandelli di abitazioni. Quello che è rimasto in piedi, però, ci colpisce ancora di più.

L’orologio del municipio segna le 9.03 (del 29 maggio 2012, ovviamente), una crepa lo taglia a metà (ma, in fondo, anche questo sa di già visto).

Quello che non si è visto è la fotografia della vita che si è fermata lì, in quell’istante. Le finestre delle case sono ancora aperte.

L’afa solleva stancamente una tenda rossa, si intravede un tavolo abbandonato, da una finestra scorgo un telecomando su un tappeto. Nessuno di noi parla veramente, ma le nostre “guide” raccontano. Raccontano quello che hanno visto e vissuto.

Quella è la macchina di mio cognato, quello è lo studio del mio dentista, l’unico che non mi faceva paura, quella è la nostra di auto, quella era la mia casa. Nessuno trasalisce, però, nel dirci la verità. Parlare fa bene, aiuta a esorcizzare, aiuta quasi a “meccanicizzare” una realtà che non si può prevedere e può investirti in qualsiasi momento. Aiuta a superare.

Tutto questo me lo confessa uno dei ragazzi che ci accompagna: è della CPL. Credo non abbia neanche trent’anni, in caso non li dimostra, offre le sue ferie alla causa dei suoi concittadini ed è felice di condividere una di queste giornate con noi: da momenti così possono nascere grandi cose, o cose piccole ma dai grandi risultati. Gli aggettivi si sprecano.

Continuiamo e facciamo volta per la penultima tappa di questa giornata: la tendopoli di Concordia.

È proprio così, come (non) l’abbiamo vista o immaginata.

Già, perché le troupe televisive se ne sono andate appena finita l’emergenza, all’inizio di uno status quo che è il vero disagio da raccontare e risolvere.

Le tende di Concordia sono schermate dal sole che imperterrito scalda l’Emilia: oltre al danno, infatti, a beffare c’è l’estate rovente.

Queste tende, poi, sono anche e soprattutto un ambiente multiculturale. Italiani e stranieri, popoli che si fondono e coabitano ognuno nel rispetto delle reciproche esigenze, etnie e religioni. Storie e provenienze diverse che un mattino di fine Maggio si son trovate ad essere tutte uguali.

Nel frattempo incontriamo altri volontari come noi: ci raccontano esperienze e ne facciamo tesoro. A breve, infatti, tutto quello che abbiamo visto, raccolto e sentito deve passare da parole a fatti. L’Emilia è così, noi ci adeguiamo contenti.

Ritorniamo alla CPL. È il momento del pranzo ma è anche il momento operativo: non ci si ferma mai. I collaboratori dell’UNICEF, noi volontari di Younicef, i Presidenti, le autorità, i ragazzi della CPL…tutti insieme si stende un’idea. 

I discorsi si incrociano con altre storie vissute, come quelle della seconda scossa: la strada sembrava divincolarsi dal suolo. Lo stesso ragazzo di prima mi confida esperienze: il terremoto non lascia solo segni visibili, altri si rielaborano dentro. Non vorrei smettere mai di parlare e di lasciarlo parlare ma allo stesso tempo voglio rispettare la libertà di queste parole. Se escono da sole è perché sono spontanee…

C’è la vita vera di tante persone dietro tutto quello che abbiamo visto e toccato oggi e me ne accorgo così, ascoltando parole vissute, come se in fondo già ci si conoscesse.

Si arriva, intanto, a una decisione che un po’ era già stata presa ma ora sarà realtà. Si definiscono i luoghi che potranno ospitare i volontari e i tempi, i modi per arrivare e per consentire alla famiglia Younicef di muoversi da tutta Italia, in assoluta libertà.

La disponibilità dei ragazzi della CPL al fine di consentire tutto ciò è immensa. Il tempo vola e il caldo non si sente più: non c’è anticiclone che regga quando si parla di solidarietà vicina.

È il momento di lasciare Concordia, di lasciare l’Emilia, tanto la promessa di tornare l’abbiamo fatta, e la ripeteremo.

Ogni fine settimana di questa estate qualcuno di noi sarà con loro.

Lasciamo un pezzo di cuore e partiamo con la consapevolezza che c’è tanto da fare e il desiderio di ringraziare. Sì, grazie per l’accoglienza Emilia, abbiamo teso una mano e ci siamo ritrovati stretti in un abbraccio. Si dà e si riceve allo stesso tempo.

Stiamo arrivando (anzi, in realtà non ce ne siamo proprio andati).

Per informazioni su Younicef, il movimento dei giovani volontari dell'UNICEF, vai su www.unicef.it/younicef 



11/07/2012

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