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Progetto: Lotta alla malnutrizione infantile

Ghezghiza: le prime cure iniziano al villaggio

©Patrizia Paterno/UNICEF Italia. Bambini nel villaggio di Ghezghiza
©Patrizia Paterno/UNICEF Italia. Bambini nel villaggio di Ghezghiza

di Patrizia Paternò

La casa di Alima, un tucul col tetto di paglia illuminato da un fascio di luce, è poverissima anche se non manca la zanzariera che protegge lei e la sua bambina dalla punture di zanzare portatrici di malaria. Prevenire questa malattia è possibile con una semplice zanzariera impregnata di insetticida, un intervento semplice e a basso costo che permette di raggiungere importanti risultati.

In questo villaggio, nel distretto di Ghezghiza, poco più di 100 km a nord ovest della capitale, durante la stagione secca l’aria è irrespirabile perché il caldo non dà tregua.

Per raggiungere il più vicino centro sanitario c’è parecchia strada da fare, e così la comunità si è organizzata per poter provvedere almeno alle prime cure quando i bambini si ammalano. Grazie al Programma di gestione integrata delle malattie dell’infanzia, sostenuto dall’UNICEF in collaborazione con il Ministero della Sanità, alcuni volontari vengono formati per diventare operatori sanitari e occuparsi della cura dei bambini sotto i cinque anni nei villaggi più remoti.

Dopo due settimane di corso di formazione finanziato dall’UNICEF presso il Centro sanitario di Hamelmalo, gli operatori sono in grado di visitare i bambini e fare le prime diagnosi, per esempio individuare segni di malnutrizione, casi di malaria, morbillo, febbre alta e diarrea acuta.
«Visitiamo i bambini e misuriamo sempre la temperatura – dicono Ibrahim e Idris, i due operatori sanitari che incontriamo – ma verifichiamo anche la circonferenza del braccio per controllare che il bambino rientri nei parametri di crescita e possiamo somministrare alcuni farmaci di base in caso di necessità, come cotrimoxazolo, paracetamolo, vitamina A, zinco, ecc. Se vediamo che la situazione è grave diciamo alle madri di portare i bambini al centro sanitario più vicino».

«Ora sto andando a visitare la figlia di Alima, che ha un anno; venite con me?», dice Ibrahim. La piccola Afra si sottopone alla visita senza protestare, poi infila la testa sotto il vestito della mamma in cerca del seno perché Alima l’allatta ancora. Secondo i dati dell’UNICEF il 62% delle madri eritree allatta ancora al seno tra i 20 e i 23 mesi del bambino.
Nel villaggio il problema dell’acqua è molto sentito. Alima si lamenta un po’, dice che per avere una scorta minima di acqua ci vogliono 30 nakfa (circa 1,5 euro): nulla per noi, per lei decisamente troppo.

Dopo la visita chiediamo a Ibrahim e Idris, che di mestiere fanno i contadini, se la gente gli fa dei regali. Ridono: «No, non riceviamo nulla dalla comunità ma siamo veramente soddisfatti perché ormai siamo un punto di riferimento nel villaggio e le persone hanno fiducia in noi. Questa è la nostra ricompensa più bella».

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