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Esclusione sociale

Povertà o benessere dei bambini, non un destino ma una scelta politica

©UNICEF/NYHQ2007-2877/Giacomo Pirozzi
©UNICEF/NYHQ2007-2877/Giacomo Pirozzi
10 aprile 2013 - La recessione incide pesantemente sulla condizione sociale dei bambini e degli adolescenti in Italia: a dircelo non sono soltanto le percezioni empiriche di ciascuno di noi o i servizi  dei tg e delle trasmissioni di approfondimento, ma anche le nude cifre.

In particolare, con il rapporto "Il benessere dei bambini nei paesi ricchi. Un quadro comparativo" lanciato oggi dall'UNICEF disponiamo di cifre affidabili, frutto di un'indagine scientifica, multidimensionale e comparativa senza precedenti.

Il rapporto, l'undicesimo della serie Report Card (lanciata nel 2000 dal Centro di Ricerca Innocenti dell'UNICEF) è stato presentato oggi presso la sede nazionale dell'UNICEF a Roma in un'affollatissima conferenza stampa cui hanno preso parte come relatori esperti dell'UNICEF e dell'ISTAT, e il Presidente del Senato Pietro Grasso, illustre e quanto mai gradito ospite dell'evento.

Nel rapporto poche parole ma moltissime cifre su cui riflettere, soprattutto in considerazione della posizione poco onorevole che l'Italia occupa tra i 29 Stati ad economia avanzata presi in esame nell'indagine. 


Partire dai diritti

«Abbiamo chiesto ai Governi precedenti, e lo chiederemo anche a quello che si spera verrà presto formato, di investire sull'infanzia e sull'adolescenza» esordisce il Presidente dell'UNICEF Italia Giacomo Guerrera, aprendo i lavori. «In occasione delle ultime elezioni abbiamo proposto ai candidati leader un Manifesto in 10 punti sulle priorità dell'infanzia, e abbiamo invitato bambini e adulti a votare in piazza su questi punti. In cima alle 100.000 "preferenze" espresse, sono state la lotta alla violenza e alla povertà.»

Una delle battaglie più urgenti da vincere, a livello normativo ma anche simbolico, è quella per l'accesso alla cittadinanza. 

«È inaccettabile che ragazzini nati e cresciuti nel nostro paese, che frequentano la scuola italiana, arrivino fino a 18 anni con in tasca soltanto un permesso di soggiorno, e non la cittadinanza italiana».
 

Giovani inattivi, Paese in ritardo

«L'Italia si colloca regolarmente nella metà inferiore della classifica, sia per quanto riguarda la condizione generale del benessere che per le graduatorie di 4 delle 5 dimensioni del benessere prese in esame» ha esordito Luisa Natali, componente del team di ricerca del l'IRC, il Centro di ricerca internazionale dell'UNICEF la cui sede è proprio in Italia (Firenze) che ha realizzato l'indagine.

Dovendo identificare le lacune più gravi del nostro paese, l'analista dell'UNICEF si concentra proprio sulla povertà materiale e sulle "perfomance" del sistema educativo.

«Preoccupa lo stato dell'istruzione il tasso NEET, che misura l'inattività dei nostri ragazzi (15-19 anni), è il secondo più alto nel mondo sviluppato, dopo quello della Spagna. 11 adolescenti su 100 non studiano, non lavorano e non stanno neppure partecipando a corsi di formazione.»

Scuola, dall'eccellenza educativa alla stasi sociale

Le caratteristiche della povertà italiane sono tipicamente "minorili", rileva Linda Laura Sabbadini, Direttore  del Dipartimento per le statistiche sociali e ambientali dell'ISTAT. E una delle infelici peculiarità del nostro Paese è che a essere molto diffusa è la povertà assoluta: versano in questa condizione di profondo disagio il 10% dei minori nel Sud, 723.000 complessivamente in Italia.

La responsabile ISTAT aggiunge ai dati dell'indagine UNICEF alcuni recentissimi indicatori statistici: «Il 2011 è stato un anno di aggravamento pesante per le famiglie con figli. Quasi metà non è in grado di fare alcuna vacanza, il 17% non ha un adeguato riscaldamento dell'abitazione, ben il 40% non è in grado di fronteggiare una spesa imprevista di 800 euro, l'11% dei bambini non ha un apporto proteico corretto nella dieta.»

L'Italia vanta una storica eccellenza nella scuola per l'infanzia e in quella primaria. Ma i risultati peggiorano drasticamente con la prosecuzione del ciclo dell'istruzione. «Nel primo anno delle superiori il 20% degli studenti viene bocciato, un altro 12% nel secondo anno. L'interruzione degli studi dopo i 15 anni è preoccupante, soprattutto al Sud e tra i figli dei migranti.»

Il nodo fondamentale, rivela Linda Sabbadini, è la scarsa mobilità sociale: la classe sociale di provenienza determina ancora l'esito del percorso educativo e quindi l'accesso al mondo del lavoro. «Le grandi risorse della scuola pubblica, incluso il valore di moltissimi insegnanti, vengono disperse e, quando i giovani arrivano all'università, le distanze sociali si ripresentano praticamente intatte.»

Pietro Grasso: un impegno morale per la politica

La lettura politica dell'indagine ce la offre la seconda carica dello Stato, la cui presenza all'UNICEF in un momento così complesso della vita politica nazionale è già una testimonianza di interesse e una promessa di impegno sul fronte istituzionale. 

«Siamo nella terza fascia dei 29 Paesi analizzati, quella peggiore. Parlare di disagio è poco, quella che viviamo è una vera e propria questione sociale, alla quale la classe politica ha l'obbligo di fornire una risposta con sentimento di condivisione umana e morale» afferma il senatore Grasso. 

La colpa è della crisi, ma non solo. «Siamo di fronte a un impoverimento morale, dove concetti come giustizia, cultura e tutela dei diritti sembrano scomparsi dal nostro vocabolario sociale.»

L'UE ci chiede di fare di più, sottolinea Grasso, soprattutto sul fronte dell'integrazione dei minori migranti e Rom e nel contrasto alla povertà infantile. «Incrementare la spesa pubblica per i minori non è un costo, ma un investimento che consente di evitare ingenti spese nel futuro, come sa bene chi come me prima di "spostarsi" in politica ha lavorato da magistrato nei luoghi deturpati dalla criminalità organizzata.»

«I nostri figli ci costringono a tornare a guardare all'orizzonte e hanno diritto di ricevere la capacità di desiderare la speranza e la fiducia nell'avvenire. Dobbiamo guardare in viso i nostri figli, e i figli dei nostri figli, senza mai avere la sensazione di doverci rimproverare qualcosa» è la conclusione del Presidente del Senato.