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Infermieri, social worker e altri eroi

Isaia, social worker e referente UNICEF dell’area, mostra a Tommaso Chiabra il suo kit di primo soccorso - ©UNICEF Italia/2018/Blasi
Isaia, social worker e referente UNICEF dell’area, mostra a Tommaso Chiabra il suo kit di primo soccorso - ©UNICEF Italia/2018/Blasi
 
Proprio nel villaggio più remoto, in mezzo alla foresta, dopo essere stato accolto con canti di benvenuto e di ringraziamento dall'intera comunità, conosco Isaia.
 
In qualità di Social worker e referente UNICEF dell’area, questo piccolo grande uomo mi mostra il suo kit di primo soccorso: alcuni medicinali e gli strumenti necessari per identificare in tempo le malattie killer più comuni – a partire da malaria, febbre gialla e polmonite – in modo da combatterle prontamente o indirizzare le famiglie verso l’ospedale o l'ambulatorio più vicino (spesso a tre, cinque o persino sette ore di cammino). 

Un tesoro prezioso, sembra volermi dire con lo sguardo mentre apre la scatola fornitagli dall'UNICEF.
 
Perché a volte non importa se la lingua non aiuta a comprendersi, a volte bastano gli occhi e i gesti per trovare una connessione e capirsi.
 
E la fierezza, la gratitudine e la passione di Isaia mi sono arrivati ancora prima che mi venissero tradotte le sue parole e che mi venisse spiegato che, di lì a poco, avremmo celebrato tutti insieme un suo grande successo: nessun bambino, fra quelli da lui seguiti, ha più perso la vita a causa della malnutrizione da quando ha assunto l’incarico di “angelo blu ciano”. 

E sono Isaia e gli altri referenti locali, selezionati e formati dall'UNICEF in tutto il paese, ad avermi fatto cogliere davvero l’impatto di un’organizzazione così capillare.
 
Dalla sede centrale di Freetown (la capitale), lo staff dell'UNICEF, grazie ai propri dipendenti sparsi sul territorio, seleziona persone di valore che segue costantemente e con attenzione fino a farle diventare social worker.
   
Ognuno di loro viene continuamente aggiornato e dispone di tutte le scorte di vaccini, medicine e quanto necessario per lavorare al meglio e proteggere la salute dei piccoli della propria area di riferimento.

Tommaso Chiabra durante uno degli incontri con gli operatori sociali delle comunità locali - ©UNICEF Italia/2018/S.Blasi

Tommaso Chiabra durante uno degli incontri con gli operatori sociali delle comunità locali - ©UNICEF Italia/2018/S.Blasi


Per curare e proteggere ogni bambino, nella maggior parte dei casi, basta davvero poco: qualche vaccino, alimenti terapeutici e cure immediate in caso di infezione. 

Nonostante ciò, nel mondo, ogni giorno, ancora 15.000 bambini perdono la vita per cause prevenibili e curabili.
 
Nonostante ciò, ad oggi, un bambino nato in Sierra Leone ha 30 volte più probabilità di morire prima dei 5 anni rispetto a un bambino nato in Italia o nel Regno Unito, classificando il paese africano con il 4° tasso di mortalità infantile più alto al mondo (114 decessi entro il 5° anno ogni 1.000 nati vivi). 

Numeri inaccettabili, come è inaccettabile pensare che quasi 1 bambino su 8, tra quelli con cui ho giocato, ballato, scherzato durante questo incredibile viaggio, rischia di perdere la vita entro pochi anni. 

O forse non sarà così, perché i bambini che ho incontrato io sono quelli già raggiunti dall’UNICEF, quelli fortunati perché, se si ammalano, saranno curati in tempo e non rischieranno di perdere la vita.

©UNICEF Italia/2018/S.Blasi

©UNICEF Italia/2018/S.Blasi


Bambini fortunati, sì. Anche quelli colpiti dalla malaria, una delle cause di morte più frequenti nel paese.
 
Una malattia che si sconfigge con poche pastiglie. Quelle compresse che, di fronte ai miei occhi, in uno dei centri sanitari visitati, sono state distribuite alle mamme, spiegandone il valore e ricordandone i tempi di assunzione "perché non bastano i farmaci, ciò che sconfigge queste malattie è soprattutto l’informazione: serve educare le mamme alla prevenzione e all’importanza di essere precise nella somministrazione delle medicine". 

Mentre ascolto l’infermiera pronunciare queste parole e mentre la osservo spiegare pazientemente alle mamme come prendersi cura dei propri figli, ripenso a quanto ascoltato il primo giorno di viaggio in una scuola...
 
«Dobbiamo impegnarci affinché tutte le nostre figlie studino. Perché le bambine di oggi saranno le mamme di domani. Le bambine di oggi sono il futuro della Sierra Leone, coloro che potranno contribuire più di ogni altro ad abbassare il tasso di mortalità infantile della nostra nazione».
 
Parole chiare e risolute, in quel caso pronunciate dal “vecchio saggio” del villaggio di fronte a noi e a centinaia di bambini e adulti accorsi nel cortile dell’istituto scolastico per incontrarci.
 
Parole che, pochi giorni dopo, ho ritrovato nel discorso di quell’infermiera alle mamme che ha di fronte.