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COVID-19, per le famiglie migranti e rifugiate il rischio è massimo

Maria, giovane madre dell'Honduras, in cammino con i suoi figli lungo una ferrovia in Messico - © UNICEF/UNI176266/Ojeda
Maria, giovane madre dell'Honduras, in cammino con i suoi figli lungo una ferrovia in Messico - © UNICEF/UNI176266/Ojeda
2 aprile 2020 - Il COVID-19 raggiungerà quasi certamente anche i campi profughi, i centri d’accoglienza e le strutture detentive che ospitano famiglie migranti e rifugiate nelle diverse parti del mondo. Considerata la rapida diffusione del virus, questo scenario sembra purtroppo imminente.
 
Anche prima della pandemia, i bambini e le famiglie migranti, rifugiate e sfollate si trovano ad affrontare enormi ostacoli nell'accesso all'assistenza sanitaria e alle misure di prevenzione, come la possibilità di lavarsi le mani o la disponibilità di servizi igienici adeguati. Quando queste persone vengono colpite da una malattia infettiva, il loro rischio è aggravato.

Una malattia respiratoria a carattere epidemico come il COVID-19 può facilmente diffondersi in aree sovraffollate e con precarie condizioni igieniche, quali sono i campi profughi o gli accampamenti informali.
 
Le famiglie che vivono in questi ambienti avranno maggiori probabilità di ammalarsi e minori opportunità di essere curate e di guarire.  
 
Non parliamo di piccoli numeri. Attualmente contiamo nel mondo 31 milioni di bambini che hanno dovuto lasciare le proprie case, fra cui oltre 17 milioni sono sfollati interni, 12,7 milioni quelli rifugiati in un paese straniero e 1,1 milioni quelli richiedenti asilo. Tutti loro hanno bisogno di qualche forma di assistenza.
 
Per molti di loro è un lusso poter chiamare un dottore quando stanno male, lavarsi le mani ogni volta che occorre o praticare il distanziamento sociale così necessario fermare la trasmissione della malattia.
 
Ogni risposta di sanità pubblica alla pandemia dovrebbe raggiungere i soggetti più vulnerabili, fra i quali sono sicuramente compresi rifugiati, migranti e sfollati interni.
 
Ciò significa assicurare un accesso equo ai test e alle cure, alle informazioni sulla prevenzione e ai servizi idrici e igienico-sanitari. 

Dovrebbero essere garantite cure a livello familiare e supporto ai bambini rimasti orfani o separati da coloro che se ne prendono cura.
 
Significa anche che le misure di contenimento, come la chiusura dei confini e le restrizioni ai movimenti, non dovrebbero mai diventare un ostacolo al diritto dei bambini a chiedere asilo e a ricongiungersi con i membri della propria famiglia.
 
Le misure di contenimento non devono neppure tradursi in un impedimento degli sforzi delle agenzie umanitarie per fornire aiuti a chi ne ha vitale bisogno. 

I bambini e le famiglie che hanno dovuto lasciare le proprie case dovrebbero essere trasferiti rapidamente e in condizioni di sicurezza in alloggi adeguati nei quali abbiano accesso ad acqua, sapone, distanziamento sociale e igiene.
 
L’UNICEF lavora con i suoi partner per prevenire la diffusione della malattia fra le popolazioni rifugiate, migranti e sfollate.
 
Tale impegno include: 
  • promuovere pratiche igieniche che aiutino a prevenire il contagio nei luoghi che ospitano migranti e rifugiati
  • sviluppare informazioni accurate e a misura di bambino sul COVID-19
  • combattere la stigmatizzazione sociale a danno delle persone contagiate
  • promuovere un'istruzione positiva e di qualità
  • distribuire articoli per l’igiene personale e familiare
  • facilitare l'accesso all'acqua.
Tuttavia, non possiamo fare tutto questo da soli. Oggi, più che mai, i governi e la comunità internazionale devono essere uniti nel proteggere i più vulnerabili, di fronte a una minaccia senza precedenti.


(Dichiarazione del Direttore esecutivo dell’UNICEF Henrietta Fore)

L'azione dell'UNICEF per i minori migranti e rifugiati in Italia

Sono circa 5.000 i minori stranieri non accompagnati in Italia. 

Il rischio sanitario, ma anche quello dello sfruttamento e della violenza, è maggiore soprattutto per quanti di essi vivono sulla strada o in insediamenti informali.

Per far fronte a questi problemi, l’UNICEF ha riorientato la sua azione di risposta.

A Roma proseguono le attività di distribuzione di articoli per l'igiene personale e di screening medico nelle zone intorno alle principali stazioni ferroviarie della città, in collaborazione con le organizzazioni partner INTERSOS e Médecins du Monde

Sono state attivate inoltre una serie di iniziative di supporto online, come il numero 
351 0221390, collegato al servizio di assistenza telefonica di ARCI, sostenuto  dall'Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR) che offre servizi di prima consulenza medica rivolta a quanti non hanno ancora accesso a un medico di base.
 
L’UNICEF ricorda inoltre che restano attivi anche i centri anti-violenza: chiunque dovesse averne bisogno può rivolgersi all’1522. 
 
Proseguono nel contempo con metodologie di training online le altre attività, come il sostegno ai tutori volontari di minorenni stranieri e quello ai mentori per l'affiancamento dei giovani migranti e rifugiati neo-maggiorenni.
 
Nonostante lo stop temporaneo alle lezioni frontali, l’UNICEF sta garantendo percorsi di educazione non formale come UPSHIFT, il corso di educazione all’imprenditorialità rivolto a giovani italiani, migranti e rifugiati, che prosegue grazie al supporto dei Centri di Istruzione per Adulti (CPIA).
 
Tramite la piattaforma digitale U-Report on the Move è stato infine lanciato un calendario di attività socio-ricreative (a distanza) che coprirà l'intero mese di aprile.