Creare connessioni. Costruire risposte. Rispettare le scelte. Il lavoro delle Case Manager in Italia
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Durante un incontro con un gruppo di ragazzi migranti provenienti dal Bangladesh, uno di loro si alza per parlare. Racconta quanto sia stato importante poter entrare in relazione con altre persone, al di là delle loro origini e delle circostanze che li avevano portati fin lì.
In un momento della sua vita segnato dall’incertezza e dalle aspettative della famiglia rispetto al suo percorso migratorio, quel legame era stato per lui come “un raggio di sole”.
Per un bambino, bambina o un adolescente che arriva in Italia senza la propria famiglia, l’identificazione di una situazione di vulnerabilità è un passaggio fondamentale. Ma è solo l’inizio di un percorso.
Comprendere i suoi bisogni, individuare l’accoglienza e i servizi più adeguati, assicurare che le informazioni necessarie arrivino a chi può intervenire e mettere in comunicazione i diversi attori del sistema di protezione sono alcuni dei passaggi che possono fare la differenza.
È in questo spazio che si inserisce il lavoro delle Case Manager, impegnate nell’ambito del progetto PROTECT+ a supporto delle Prefetture in diversi territori italiani.
A raccontarlo Anna Lisa Pantusa, Case Management Coordinator dell’UNICEF in Italia: le Case Manager contribuiscono a facilitare la presa in carico di minori stranieri non accompagnati, con particolare attenzione agli under 14 e alle ragazze, ma anche di famiglie con figli minorenni, donne e ragazze sopravvissute o a rischio di violenza di genere e giovani in transizione verso la maggiore età.
Per una persona minorenne è necessario individuare una struttura di accoglienza adeguata, attivare i servizi di protezione dell’infanzia o, quando appropriato, facilitare un percorso di affido familiare. In altri casi può essere necessario attivare servizi sanitari o di supporto psicosociale. Per una ragazza sopravvissuta a violenza, la risposta può richiedere il raccordo con i servizi antiviolenza e, in presenza di indicatori di tratta, con gli enti territoriali specializzati.
Gran parte di questo lavoro, ricorda Anna Lisa, avviene lontano dai riflettori. Dietro una presa in carico ci sono informazioni da raccogliere, servizi da conoscere e attivare, interlocutori da mettere in contatto e percorsi da seguire nel tempo.
Le Case Manager lavorano per facilitare questo raccordo tra Prefetture e servizi del territorio. Contribuiscono inoltre a mappare le risorse disponibili e a rafforzare i meccanismi di referral con i servizi di protezione dell’infanzia e dell’adolescenza, i servizi sanitari e di supporto psicosociale, i servizi antiviolenza e anti-tratta.
Significa lavorare sul singolo percorso, ma anche contribuire a rafforzare il sistema che deve essere in grado di rispondere quando emerge una nuova situazione di vulnerabilità.
Ma proteggere non significa decidere al posto di un bambino o di un adolescente.
Anna Lisa lo ha compreso anche attraverso uno dei momenti più difficili della sua esperienza professionale. Una ragazza nigeriana di 16 anni, sopravvissuta alla tratta, aveva intrapreso un percorso di protezione. Anna Lisa e il suo team avevano lavorato per sostenerla, proteggerla e costruire con lei una relazione di fiducia. Poi la ragazza ha scelto di lasciare quel percorso. Per Anna Lisa, e per tutto il team, è stato un momento difficile. Si è chiesta cosa fosse mancato e cosa avrebbero potuto fare diversamente.
Quell’esperienza le ha lasciato anche un insegnamento importante: chi lavora nella protezione non può prendere le decisioni al posto delle persone che accompagna. Il suo ruolo è ascoltare, esserci e sostenerle nelle loro scelte.
È questo per il team dell’UNICEF uno dei principi alla base del lavoro di protezione: non fermarsi alla vulnerabilità, ma vedere la persona.
Significa ascoltare bambini e adolescenti e considerarne bisogni, esperienze e punti di vista. Significa sostenerli nell’accesso ai loro diritti e creare le condizioni perché possano partecipare alle decisioni che riguardano la loro vita.
Per questo il case management non si esaurisce con una segnalazione o con l’attivazione di un servizio. Richiede continuità, collaborazione tra istituzioni e territorio e una risposta capace di adattarsi alle esigenze di ogni persona.
In ciascun percorso di protezione e accompagnamento, c’è qualcosa che il lavoro umanitario non può perdere di vista: ogni bambino, bambina e ogni adolescente ha il diritto di essere ascoltato e di vedere rispettata la propria dignità.
In occasione del World Humanitarian Day, raccontare il lavoro delle Case Manager significa rendere visibile anche questa dimensione dell’azione umanitaria: un lavoro quotidiano fatto di competenze, ascolto e collaborazione, per rafforzare sistemi capaci di proteggere bambini e adolescenti e di accompagnarli nel pieno rispetto dei loro diritti.
Questo articolo racconta un lavoro realizzato nell’ambito del progetto PROTECT+, cofinanziato dal Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (FAMI) 2021-2027.