Haiti, diario dalla fine del mondo - 2

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18/01/2010

Seconda parte del diario di Tamar Hahn, portavoce dell'ufficio UNICEF per America Latina e Caraibi, dai luoghi del terremoto che ha devastato Haiti

(segue dalla prima parte)

Nel pomeriggio vado in giro con il responsabile UNICEF per il settore Acqua e Igiene per verificare come sta andando la distribuzione dell’acqua potabile, iniziata ieri.

Gli abitanti non possono più dormire nelle loro case. Anche quelli la cui abitazione è stata risparmiata dal terremoto sono andati a vivere in strada, costruendo tende con qualsiasi pezzo di stoffa a disposizione.

 

Affollano le poche piazze della città e anche la residenza del Primo Ministro, una proprietà recintata con un vasto giardino, diventato ora un campo improvvisato per gli sfollati. Quelli che non stanno nelle piazze e nei giardini pubblici bloccano le strade con lastre di cemento e dormono sul nudo asfalto.

 

Non ci sono bagni. Ho visto le donne inginocchiate davanti alle fontanelle, lavarsi nude sulla strada. Senza latrine, le persone sono costrette a fare i loro bisogni sui marciapiedi.


Montagne di spazzatura si accumulano ovunque e quando scende la notte su Port-au-Prince, tutte queste migliaia di persone si accalcano una sull’altra nella totale oscurità.

Alla residenza del Primo Ministro è stata installata dall'UNICEF una cisterna gonfiabile da 5.000 litri, sufficienti per soddisfare il fabbisogno idrico minimo giornaliero di mille persone.

 

La fila per avere la propria razione di acqua è ordinata, e la gente aspetta pazientemente il proprio turno, con le taniche dell’acqua in mano.

Alle loro spalle si è formata un’altra lunga fila di persone che attendono di ricevere il kit per l’igiene distribuito dalla Cooperazione americana (USAID).

 

Quattro bambine si avvicinano per salutarmi. Chiedo loro come stanno, e sorridendo mi dicono che va tutto bene. Ma Stania, una ragazza di 17 anni, ha udito le loro parole. «Tutto bene? Cosa vuol dire tutto bene?» esclama. «No, non va bene affatto. Tutto questo è orribile e non resisteremo ancora a lungo.»

 

È comunque consolante vedere che gli aiuti cominciano a funzionare, nonostante le terribili condizioni in cui qui si vive,

 

Torno al quartier generale dei Caschi blu dell’ONU [la missione MINUSTAH], dove l’UNICEF ha allestito la sua base operativa dopo che il terremoto ha distrutto la sua sede. Mi dicono che il figlio di uno degli autisti è appena morto a causa delle ferite.

 

È il terzo figlio che quest’uomo ha perso per colpa del terremoto. Una figlia e un altro figlio sono morti sul colpo quando la loro casa è crollata.

La tragedia del terremoto non ha colpito solo la popolazione, ma ogni componente dello staff UNICEF Haiti. Molti colleghi haitiani [40 su 55 membri dello staff sono nazionali] hanno perso tutti i loro averi e non possiedono nulla se non i vestiti che indossano.

 

Tutti sono stanchi e traumatizzati, hanno paura di restare soli in casa. I loro nervi sono logorati dalle continue scosse di assestamento.

 

La collega responsabile per i programmi educativi è accampata da cinque giorni tra le macerie degli uffici della missione MINUSTAH in attesa che il marito venga estratto dalle macerie.

 

Lui è vivo e continua a inviarle messaggi attraverso il cellulare, ma non è stato ancora salvato.

   

(leggi la terza parte)

 

18/01/2010

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