Patrizio Rispo - In missione con l'UNICEF ad Haiti / 2

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23/10/2007

Ritratto di un'isola
Patrizio Rispo con lo staff UNICEF di Haiti

Patrizio Rispo con lo staff UNICEF di Haiti - ©UNICEF Italia/2007/S.Bucci

Secondo giorno - Forse avrei dovuto cominciare dicendo che non sapevo che Cristoforo Colombo, con le sue caravelle, la prima terra che scorse dopo circa due mesi di navigazione fu proprio Haiti, che chiamò Hispaniola.
 
Che all'epoca qui vivevano gli Arawaks, popolazione indigena dedita per lo più all'agricoltura, che immediatamente fu sottoposta a un duro regime di schiavitù per soddisfare l'ossessione spagnola di trovare l'oro.
 
Che questo significò che questi poveretti morissero come mosche fino a scomparire del tutto. Oggi non vedi un indigeno in tutta l'isola.
 
E mi spiego anche perché quest'isola sembra più un paese africano, perché, allora, per sopperire alla mancanza di manodopera cominciarono a importare neri dall'Africa occidentale: Mandingo, Fon, mezzo milione di schiavi costretti al lavoro forzato.

Ma chi ebbe questa bella pensata l'ha pagata cara. Noi abbiamo avuto i nostri Spartaco, i nostri Masaniello che si sono arrabbiati e rivoltati contro i loro sfruttatori, ma poi alla fine andava tutto in malore, e tutto finiva in un mare di sangue.
 
Qui invece, gli schiavi neri, guidati da Toussaint Louverture, dimostrano ai francesi di aver ben compreso la lezione della loro Rivoluzione ribellandosi, lottando e sconfiggendo nientepopodimeno che le truppe di Napoleone.
 
È così che Haiti diventa la prima repubblica nera indipendente: era il 1804. Questo gesto di sfida che lasciava presagire a un futuro radioso, sembra quasi segnare il destino di questa isola, oggi uno dei paesi più poveri della terra.

Queste e altre cose ce le dice il rappresentante dell'UNICEF Haiti che si chiama Adriano Gonzalez-Regueral che ci riceve nel suo ufficio per presentarci le attività che andremo a visitare.  
 
Ed è proprio il primo impatto con le persone che lavorano in una sede UNICEF sul campo a farmi capire la serietà, la passione e la competenze di chi in condizioni umanamente e affettivamente difficili riesce a trasformare il nostro lavoro e la nostra beneficenza in progetti e realtà vitali per queste popolazioni.
 
Dal rappresentante alle segretarie, agli autisti, agli addetti alla sicurezza, ma anche conoscendo sempre meglio anche gli altri componenti la nostra delegazione, mi convinco che siamo tra persone di grande qualità umana.

A me quello che preme è capire come in un contesto così difficile sia possibile fare qualcosa di concreto per questi bambini.

Nei feudi delle gang

Patrizio Rispo e Ilenia Lazzarin con alcuni bambini a Port-au-Prince

Patrizio Rispo e Ilenia Lazzarin con alcuni bambini a Port-au-Prince - ©UNICEF Italia/2007/S.Bucci

Intanto va detto che qui ci sono zone che solo da poco sono accessibili anche agli operatori dell'UNICEF. Ci sono bidonvilles, come Cité soleil (Città sole), il cui nome suona beffardo considerando che si tratta di una delle più pericolose baraccopoli del pianeta, dove per anni il territorio è stato in mano a bande armate.
 
Il controllo della vita delle persone qui dipende da questi signori, secondo logiche molto simili a quelle della nostra criminalità organizzata. 

In assenza dello Stato, a fronte di miseria, disoccupazione, ignoranza, le gang criminali, molte delle quali legate al narcotraffico, rappresentano l'autorità. E questa autorità ovviamente incide anche sulla vita dei bambini.

Sempre Adriano, il rappresentante, ci racconta di quando, pochi mesi fa, l'UNICEF è finalmente riuscito a entrare a Cité Soleil per vaccinare più di 30.000 bambini. Erano 8 anni che nessuno bambino di questa bidonville veniva vaccinato.

Mi immagino cosa possa aver significato per la gente dell'UNICEF entrare senza armi, senza simboli dell'organizzazione nel cuore "nero" di Port au Prince.
 
E mi tornano in mente i nomi delle gang che hanno di volta in volta prestato macabra fedeltà ai presidenti che si sono violentemente avvicendati da queste parti: i Tonton Macoute - che compivano efferati omicidi ai tempi di Papa Doc e Baby Doc (padre e figlio Duvalier) o i famigerati Chimères, braccio armato di Aristide, che hanno iniziato nel 2004 "l'operazione Baghdad", una sorta di strategia del terrore simile a quella che sta devastando l'Iraq.
 
Ogni giorno venivano sequestrati bambini all'uscita delle scuole, gente comune di ritorno dal lavoro, allo scopo di chiedere un riscatto, ma soprattutto di diffondere paura e insicurezza ovunque. In due anni sono stati commessi 8.000 omicidi e 35.000 stupri.

È in questo scenario che si è continuato a lavorare, quasi in penombra, giocando su fragili equilibri. Di queste cose si parla poco perché è fondamentale proteggere chi è in prima linea, soprattutto gli haitiani ("i nazionali", come vengono definiti nel gergo dell'organizzazione), che poi sono la maggioranza dello staff delll'UNICEF Haiti.

Il diario di viaggio - III parte

23/10/2007

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