L’UNICEF per la protezione dei bambini

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03/06/2011

Il sistema di protezione dei bambini che l’UNICEF sta attuando viaggia su due livelli: uno di collaborazione con il governo e le istituzioni che vengono indirizzati a promuovere e finanziare politiche in favore dell’infanzia; l’altro di intervento operativo in partenrship con le associazioni locali per rispondere alle immediate esigenze.

C’è un terzo livello che viaggia parallelamente ai primi due, quello che pone al centro del successo dei programmi di protezione il coinvolgimento della comunità locale.

Il lavoro con le persone e con i bambini punta molto sul cambiamento di mentalità. Per anni i bambini di strada sono stati visti come un problema di ordine pubblico e non vittime di una società assolutamente poco “dalla parte dei bambini”. Per anni la gente ha creduto che il circolo vizioso della povertà fosse ineluttabile, condannando i loro figli alla stessa condizione di miseria, non vedendo altra scelta se non il perpetuare di un destino di privazioni.

Già scardinare quest’impalcatura culturale è un gran risultato. Si lavora con i genitori che non vedono alcuna ragione che i loro bimbi vadano a scuola, si lavora con i datori di lavoro che impiegano manodopera infantile in lavori non pericolosi per trovare anche la loro collaborazione, individuando orari flessibili perché possano frequentare la scuola informale.

Si insiste molto sulla preparazione della polizia, degli operatori sociali, degli insegnanti a modulare i loro interventi e a non trattare i bambini come adulti in miniatura, anche quando delinquono.

La formazione del corpo docente è un investimento nel medio e nel lungo termine di fondamentale importanza. Questi insegnanti devono fare lezione in condizioni logistiche di grande difficoltà, hanno come alunni bambini la cui infanzia è già stata negata; che frequentano la scuola stanchi perché hanno appena smesso di lavorare, che hanno genitori riottosi perché non comprendono quanto importante sia imparare a leggere e scrivere. Sono bambini che si districano nella giungla del mercato informale, nella ferocia di questa metropoli e che diffidano per natura del mondo degli adulti.

Gli insegnanti devono essere in grado di trattare questi bambini, di incoraggiarli a studiare, di sollecitare il loro interesse per l’apprendimento. È questa infatti la sola opportunità che gli viene offerta: perché dopo sei mesi di istruzione informale, se tutto andrà bene, potranno accedere alla scuola pubblica normale.

Questi “Child friendly spaces” (Spazi amici dei bambini) sono anche luoghi di protezione e lo vedremo soprattutto nelle aree rurali. Occupano spazi “rubati” al caos della città come il primo che visitiamo, sul bordo del ghat che porta al fiume da cui esalano odori resi insopportabili dal caldo e dove vediamo altri bambini che razzolano tra i rifiuti assieme ai genitori alla ricerca di sacchetti di plastica, opera di selezione manuale per il mercato cinese dove termina la filiera del riciclaggio.

I bimbi seguono con molta attenzione la lezione del maestro, incuriositi dal fatto che Kledi si sieda tra di loro, in silenzio.

 

Spazi a misura di bambini

La scuola informale è divisa in due parti; da un lato ci sono i più piccoli che una volta rotto il ghiaccio, faranno a gara per mostrare i loro quaderni a Kledi; dall’altro, ci sono i più grandi ai quali vengono trasmesse nozioni che li aiuteranno a districarsi meglio nella vita; si parla di malattie sessualmente trasmissibili, di educazione alimentare, a come difendersi da chi vuole sfruttarli, a non farsi fregare nelle trattative durante i piccoli commerci che svolgono per aiutare le loro famiglie.

Una grata separa questo spazio protetto da una folla di adulti in attesa, quasi simbolico argine a un mondo esterno poco rassicurante per questi bambini.

La creazione dei Child Friendly Spaces risponde a una strategia sottesa che l’UNICEF promuove nel quadro dei programmi di protezione dell’infanzia. Questi Child Friendly Spaces rappresentano un primo aggancio con i tanti bambini cosiddetti “invisibili”, i più emarginati e dimenticati anche perché spesso non esistono per la legge in quanto non iscritti all’anagrafe, per fare in modo che dopo l’esperienza della scuola informale siano i servizi sociali a farsene carico.

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03/06/2011

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