Vivere e morire sotto assedio: una testimonianza da Madaya

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01/10/2016

29 settembre 2016 - Viaggiando verso Madaya in un convoglio di camion che serpeggia per centinaia di metri lungo l'autostrada di Damasco, sento un enorme nodo allo stomaco.

Non sappiamo cosa troveremo laggiù. Ricordando  le strazianti immagini, ad aprile, dei bambini di Madaya emaciati che ci guardavano implorando con gli occhi una tregua nell'assedio, è difficile non essere preoccupati, con quel tipo di angoscia che ti penetra nelle ossa.

Mentre attraversiamo le città lungo il percorso, prima di Madaya, c’è un silenzio irreale. Una fila continua di ristoranti abbandonati, negozi chiusi con saracinesche arrugginite, case asserragliate e giardini invasi da sterpaglie ormai rinsecchite. Tutto è in stato di abbandono.

Dopo ore di attesa ai vari check-point, entriamo lentamente in città, quando ormai il sole sta per tramontare.

Mi colpisce immediatamente quello che vedo intorno a me, e mi chiedo se ci troviamo davvero nel posto giusto.
 
Mentre attraversiamo lentamente la città - prima le auto delle Nazioni Unite con la bandiera che sventola ben visibile, e dietro la fila di camion con gli aiuti - tutta la popolazione ci viene incontro nonostante l'ora tarda.

I bambini sono ovunque: corrono accanto al convoglio, in preda a un'eccitazione irrefrenabile. Le donne ci osservano dai balconi, mentre giovani uomini presidiano gli angoli delle strade, lo sguardo sospettoso ma che lascia trapelare il sollievo per vederci lì. Tutti, ciascuno a modo suo, stanno scortando il prezioso carico lungo il percorso.

Un bambino osserva il passaggio del convoglio umanitario dell'UNICEF e delle altre agenzie ONU nelle strade Madaya, il 25 settembre 2016 - ©UNICEF/UN033477/AlSaleh/WFP
Un bambino osserva il passaggio del convoglio umanitario dell'UNICEF e delle altre agenzie ONU nelle strade Madaya, il 25 settembre 2016 - ©UNICEF/UN033477/AlSaleh/WFP


Appena scendiamo dalle auto, inizia lo scarico degli aiuti. Il team dell’UNICEF si reca immediatamente all'ambulatorio (un presidio improvvisato, non un centro sanitario vero e proprio).
 
Seguendolo come fosse il Pifferaio magico, donne e bambini inseguono la dottoressa dell'UNICEF che avevano conosciuto nella precedente missione, ad aprile, chiamandola per nome: "dottoressa Rajia! dottoressa Rajia!"
 
Sono così felici di rivederla, nella speranza che porti con sé medicine e risposte ai loro problemi sanitari. Si forma una lunga fila all'esterno dell'ambulatorio, e tutti sono disposti ad aspettare il tempo necessario per farsi visitare da lei.
 

Senza più forze

Uno dopo l’altro i pazienti vengono visitati dalla dottoressa Rajia, e ognuno di loro racconta una storia.

Genitori i cui flgli hanno smesso di mangiare perché il loro organismo non riesce più a tollerare una dieta composta solo da riso e fagioli.
 
Bambini che non riescono più a camminare diritti perché la carenza di vitamina D e di micronutrienti ha provocato il rachitismo nelle loro ossa, o il cui corpo ha smesso di crescere per colpa della mancanza di vitamine.

Una mamma ci mostra il biberon di suo figlio pieno di acqua di riso, la tettarella talmente consumata da dover essere ricucita. «Guarda cosa mi tocca dar da mangiare a mio figlio!»  esclama.
 
Quasi tutti quelli con cui parliamo ci chiedono alimenti ricchi di proteine - carne, uova, latte, verdure - , qualcosa in più dei cibi secchi che hanno a disposizione. Una madre ci racconta che ogni volta che la sua bambina sente l’odore del grano bollito, scoppia a piangere.
 
La dottoressa ci riferisce di un incremento negli aborti spontanei - 10 casi negli ultimi sei mesi - motivato dal pessimo stato nutrizionale delle madri.
 
Soltanto nell’ultimo anno, ci rivela, ha effettuato 60 parti cesarei: una frequenza impensabile prima dell’emergenza. Le donne non hanno più la forza di partorire in modo naturale, e molte gravidanze vanno oltre il termine a causa del cattivo stato di salute della gestante.

La dottoressa Rajia Sharhan, nutrizionista dell'UNICEF, effettua una delle sue numerose visite a Madaya, il 25 settembre 2016 - ©UNICEF/UN033478/AlSaleh/WFP
La dottoressa Rajia Sharhan, nutrizionista dell'UNICEF, effettua una delle sue numerose visite a Madaya, il 25 settembre 2016 - ©UNICEF/UN033478/AlSaleh/WFP


Quando la morte sembra l'unica via di fuga

A differenza della precedente missione umanitaria a Madaya non abbiamo riscontrato una situazione di malnutrizione grave diffusa. Stavolta, più del deperimento fisico ci ha colpito quello psicologico.
 
I medici locali ci hanno riferito di 12 casi di tentato suicidio, 8 dei quali commessi da donne. L’assedio ininterrotto ha spinto le persone al limite, e alcuni hanno visto la morte come unica via di scampo. 
 
Un operatore sanitario locale ci racconta le storie di alcuni degli aspiranti suicidi. 
Una madre di 5 figli che sentiva di non riuscire più a sfamare e curare i suoi bambini.
Uno studente liceale a cui era stato proibito di lasciare Madaya per dare gli esami.
Una ragazza di 21 anni, appena sposata, che aveva perso il marito per colpa della guerra e non ce la faceva più a continuare da sola.
Una ragazza di 16 anni che non riusciva più a intravedere un futuro nell'inferno che la circondava.
 
Ognuno di loro ha provato a togliersi la vita come ultima via di fuga dall’orrore quotidiano della guerra.
 
È fin troppo chiaro che i meccanismi di resistenza degli individui stanno iniziando a cedere, e che la loro resilienza è messa a durissima prova in un assedio che essi temono non avrà mai fine.
 
Chi invece dimostra una straordinaria resilienza sono i medici e gli operatori sanitari,che operano in condizioni spaventose, senza le minime attrezzature e beni di base.
 
Uno dei medici ci racconta che ultimamente ha fatto ricorso al gel per capelli per le ecografie, dato che il gel medico è finito da un pezzo.
 
Ci porta a vedere la sua sala operatoria: un miscuglio di pezzi di plastica, vecchi scaffali di legno, con gli strumenti chirurgici lasciati sui vassoi. Per sterilizzarli usa direttamente il fuoco, poiché le scorte di alcool sono ormai esaurite.
 
Eppure continua a operare, perché smettere di farlo non sarebb semplicemente una scelta possibile.
 

"Voglio lavorare con te"

E in mezzo a tutto questo dolore, incontro una ragazza di 10 anni, malnutrita ma sorridente, così contenta di rivedere la dottoressa Rajia.
 
Le chiedo della scuola e cosa vorrebbe fare da grande. Lei mi guarda con i suoi grandi occhi marroni pieni di speranza e risponde "Voglio lavorare con te”.

Ha gironzolato nell'ambulatorio fino a quando l'ultimo paziente è stato visitato, e mentre salivamo le scale per uscire mi ha preso la mano, tenendola ben stretta.

Torniamo in strada, e lei scompare con la sua mamma, allontanandosi nel buio. Prego di poterla rivedere un giorno, in una Madaya di nuovo libera.

(Mirna Yacoub, vice Rappresentante dell'UNICEF Siria)

01/10/2016

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