Voices of youth 2 parte: le testimonianze di Jacopo e Laura

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15/04/2020

Jacopo Cavagna, 18 anni di Rimini 

Tre settimane fa, ho ricevuto un messaggio da mio padre: “Jacopo, torna a casa.”
 
Tre settimane fa, mi trovavo nel Regno Unito, nella mia scuola, un collegio internazionale dove si studia e vive con ragazzi e ragazze provenienti da più di ottanta paesi.
 
Il collegio, per via degli sviluppi del Covid-19, aveva iniziato ad invitare gli studenti del nostro anno a rientrare nei propri paesi d'origine e nelle proprie case. 
 
Ma noi non volevamo tornare. Non volevamo lasciare quelle che erano diventate una seconda casa e una seconda famiglia.
Non volevamo abbandonare ciò che avevamo costruito insieme. Per questo motivo, erano giorni che cercavo di parlare con la mia famiglia per ritardare, inutilmente, il mio rientro. 
 
Ma quando ho ricevuto quel messaggio, ho capito che qualcosa era cambiato. Che la situazione era molto più grave di quanto potessi immaginare e che dovevo veramente tornare a casa.
 
In un giorno, ho comprato i biglietti di ritorno, ho chiuso due valige e la sera stessa sono partito, per poi arrivare a casa il pomeriggio del giorno seguente, passando la notte nell’aeroporto di Londra e la mattinata in quello di Monaco, indossando guanti e mascherine per diciotto ore consecutive.
 
In un giorno, ho lasciato tutti i miei amici, e forse anche qualcosa di più, con la consapevolezza che non avrei probabilmente mai più rivisto i miei compagni dell’ultimo anno.
 
Sono tre settimane che sono a casa, e dopo le prime due di autoisolamento (prassi per chi rientra dall’estero) tutto sta tornando in una relativa normalità.
 
Sono felice di passare queste giornate, dopo mesi, con mia sorella e mia madre. Le mie lezioni stanno continuando online e concentrarmi sullo studio mi sta aiutando ad affrontare la situazione.
 
Non mi alleno più in una palestra ma nella mia stanza e lo spagnolo non lo pratico più con gli amici latini ma con Netflix. 
 
Mio padre, invece, essendo medico, sta vivendo questo periodo differentemente. È difficile per me vederlo, sia per il poco tempo che passa fuori dall’ospedale che per le precauzioni che deve prendere una volta finito il turno. Non è facile per nessuno, ma sono orgoglioso di quello che lui e tutti i suoi colleghi stanno facendo.
 
Ho diciotto anni, sono giornate di sole, sono finalmente tornato a pochi chilometri dagli amici di sempre, ma devo stare a casa. E per quanto frustrante possa essere per tutti, è l’unica cosa che possiamo fare per combattere questa pandemia
 
Sto cercando di vivere al meglio questo periodo, leggendo, studiando, cucinando, aderendo alle iniziative di YOUNICEF e vivendo al massimo i momenti vicino alla mia famiglia.
 
Tutti noi stiamo sperimentando un nuovo equilibrio, che non abbiamo scelto ma a cui ci dobbiamo adattare. Sono sicuro che usciremo da questa crisi ancora più forti ed uniti.
 

Laura Carapezza, 30 anni da Mussomeli (CL)

Poco più di un mese fa, le prime notizie relative alla diffusione del coronavirus mi hanno raggiunta a Palermo, dove stavo per concludere la mia esperienza come volontaria di servizio civile in un progetto dell'UNICEF destinato a giovani migranti. 
 
Tuttora fatico a ricordare da che punto in poi il registro di quelle notizie sia cambiato e con quanta preoccupante repentinità. Ciò che ne è seguito, è noto a tutti.
 
Se mi venisse chiesto cosa mi è più caro in questi giorni confusi risponderei, senza dubbio, il racconto della quotidianità.
 
Le pareti di casa sono diventate la copertina di tante storie, molte di queste banali e strampalate, ma mie e della mia famiglia.
 
Gli eventi attuali ci consegnano, nell'immane tragedia umana che nel frattempo si sta consumando, il compito di dare al concetto di quotidianità una nuova veste.
 
Una quotidianità stravolta, privata dei suoi naturali connotati. Eppure, l'unica al momento a nostra disposizione. 
 
Tuttavia, ridefinire gesti ed abitudini consuete non sempre è un esercizio lineare. Di questo ne hai evidenza quando vivi a stretto contatto con un familiare che ogni giorno è costretto a fare i conti con una disabilità. 
 
L'emergenza, come un vortice, porta via con sé servizi, assistenza, risposte. Allora, lo vedi nitidamente: ripristinare una parvenza di normalità diventa un lavoro complesso, faticoso perchè spiacevolmente ridotto ad un rimbalzo di competenze affidate a terzi. 
 
Io non so come ne usciremo da questa esperienza, se peggiori o migliori, né ho pretese che un immediato sentimento di empatia possa pervaderci all'improvviso tutti quanti.
 
Sarebbe irrealistico. Semplicemente potremmo trarre uno spunto di riflessione da una situazione che stiamo vivendo e che non abbiamo scelto.
 
Nel nostro piccolo, metterci nei panni di chi soffre, sposare la causa di chi è più vulnerabile, manifestare sensibilità a chi necessita del nostro aiuto. Anche da questo capiremo se saremo davvero guariti.

15/04/2020

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