Libano, sogni tra le macerie

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21/10/2026

Quando arrivo nel paese dei cedri, alberi maestosi e resistenti dal forte significato simbolico, ancora una volta percepisco quanto forte e inviolabile per le persone sia il senso delle proprie radici.

È la prima cosa che mi colpisce durante una recente missione UNICEF in Libano, dove centinaia di migliaia di persone, tra cui tantissimi bambini, sono sfollati all’interno del paese a causa della ripresa delle ostilità, nell’aprile scorso. Ogni persona che incontriamo ci racconta della sua vita prima della fuga, prima di aver perso le proprie certezze.

Fatma ha 12 anni e Ali 17, sono fratelli nati e cresciuti nel paese dei cedri. Li abbiamo conosciuti in un centro di accoglienza di Saida, un’ora a sud di Beirut, dove sono sfollati con la loro famiglia perché la casa dove vivevano, al confine meridionale del paese, è stata distrutta dai bombardamenti.

Fatma e Ali, i fratelli sfollati con la famiglia in un centro di accoglienza a Saida.

Perdere tutto e ricominciare da zero

Quello di Saida è uno delle centri comunitari ai quali l’UNICEF fornisce servizi essenziali per gli sfollati. Al nostro arrivo, assistiamo alla distribuzione di kit igienici e di altri materiali, con mamme e bambini compostamente in fila.

Fatma non va a scuola da due anni, un tempo infinito per una bambina che vuole studiare medicina. È questo che sogna, dice quando le facciamo la domanda di rito su cosa vuole fare da grande. Fatma vuole soprattutto tornare nella sua scuola, nel suo villaggio. Chissà se esistono ancora.

Cerco di immaginare che cosa significhi perdere tutto. Ci provo ma fatico a pensare che all’improvviso la tua casa, tutto ciò che ti appartiene, le scuole, gli ospedali, i negozi, i parchi, qualunque cosa sia funzionale alla tua vita possa essere raso al suolo da una bomba.

Senza parlare della perdita degli affetti più cari, delle ferite fisiche e psicologiche, dell’irreparabile.

Alcuni raccontano che l’insicurezza fa parte della loro vita, da molti anni. Il che per i più giovani significa da quando sono nati. Ma anche in questi contesti, come in molti altri in cui le guerre fanno parte della quotidianità, la vita in qualche modo va avanti, ogni giorno, con le occupazioni e gli impegni consueti, a singhiozzo e finché si può.

Da decenni il Libano è segnato da una condizione di instabilità e conflitto, con conseguenze durature sulla popolazione, soprattutto sui bambini. La città è un misto di edifici molto diversi, alcuni nuovi, alcuni fatiscenti, altri completamente rasi al suolo dai tempi della lunghissima guerra civile iniziata negli anni Settanta.

La parola chiave ricorrente è resilienza. Di per sé non è bellissima, sicuramente abusata, ma il suo significato è intenso nelle parole di molti libanesi con cui parliamo. Donne e uomini, giovani e anziani, testimoniano la capacità di attraversare ciò che è irreversibile – sofferenze, dolori, perdite, mutilazioni – senza rimanerne totalmente sopraffatti, cercando di ritrovare una forza insperata e la voglia di riedificare la propria vita, oltre che le proprie case.

Da marzo 2026, a causa dell’escalation del conflitto in Medio Oriente, più di un milione di libanesi sono sfollati all’interno del paese, principalmente dai governatorati meridionali e di Nabatieh. Dall’ultimo cessate il fuoco, a giugno scorso, una buona parte della popolazione è riuscita a tornare ai propri villaggi al sud, ma per centinaia di migliaia di persone non è stato possibile.

Il dato più tragico è che dal 2 marzo scorso, almeno 261 bambini sono stati uccisi e 1.056 feriti, 436 scuole sono state danneggiate o distrutte, il che significa che 100.000 bambini sono a rischio di rimanere senza un’aula dove studiare. Sulla mancanza di istruzione non pesa solo la distruzione degli edifici scolastici. Molti di essi a Beirut e in altre città libanesi, sono diventati rifugi per gli sfollati.

Niente scuola, niente sogni.

“Ai bambini e ai giovani in Libano viene chiesto di sopportare un fardello che nessun bambino dovrebbe portare", dice Marcoluigi Corsi, Rappresentante dell’UNICEF in Libano. "Le famiglie sono spinte al limite, mentre i bambini non ricevono assistenza sanitaria né istruzione, vengono costretti a lavorare e vivono un profondo disagio psicologico. Senza un intervento urgente e costante, queste pressioni plasmeranno le loro vite per gli anni a venire".

L’UNICEF continua a rispondere ai bisogni umanitari a tutto campo, anche attraverso il sostegno ai sistemi e ai servizi nazionali da cui dipendono i bambini e le famiglie. Da gennaio 2026, ha intensificato i propri sforzi per far fronte alle esigenze umanitarie curando i bambini feriti, fornendo forniture ai centri di accoglienza e alle strutture sanitarie e offrendo assistenza alle famiglie sfollate.

Testimonianza di Patrizia Paternò, Responsabile della Comunicazione dell'UNICEF Italia.

21/10/2026

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