Note di umanità da una guerra disumana

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01/06/2015

Corrispondenza dalla Giordania di Paolo Rozera, Direttore generale dell'UNICEF Italia

Speciale Siria: news, video, foto e informazioni sull'azione umanitaria dell'UNICEF per i bambini siriani

1 giugno 2015 - Prosegue la visita al campo profughi di Za'atari. Visitiamo una delle tante scuole costruite qui dall'UNICEF grazie ai contributi dell'Unione Europea

Qui il lavoro che fa l'UNICEF è fantastico. Si lavora in collaborazione con il Ministero dell'Istruzione della Giordania. Il percorso didattico fatto qui è riconosciuto anche dalle istituzioni siriane. 

Il corpo insegnante è composto da docenti giordani, ma anche da docenti siriani profughi. In più, l'UNICEF utilizza un sistema di coinvolgimento fra coetanei ("peer to peer") per portare più bambini possibili a scuola.

Incontriamo uno dei "tutor" (o motivatori), un ragazzo di 15 anni che con molta naturalezza ci spiega: "Dobbiamo convincere tutti i nostri coetanei che possedere un'istruzione è indispensabile per sperare di avere un futuro, altrimenti la nostra generazione sarà cancellata".  

Incontriamo un paio di classi, inevitabilmente disturbando le lezioni. I ragazzi stanno facendo gli esami finali e oggi è il giorno della prova di geografia. 

Sono contenti di vederci, ma cerchiamo di essere rapidi nella nostra visita. Emerge sempre molto forte il desiderio (o forse il sogno) di tornare in Siria e alla normalità al più presto.

La storia di Amin

Usciamo dalle classi e mentre stiamo uscendo abbiamo la gioia di abbracciare Amin, che ha una sua storia particolare: il suo insegnante lo aveva picchiato duramente e il ragazzo rischiava di perdere un occhio, 

L'UNICEF è intervenuto ed è riuscito a farlo operare da uno specialista e ora il suo occhio è salvo. L'UNICEF ha denunciato l'insegnante alle autorità giordane, che lo hanno rimosso, applicando le norme esistenti nella legge giordana. Chiediamo ad Amin come è andato l'esame. Ci fa capire che per lui è stata una passeggiata!
 

Al confine tra la Siria e il mondo

Tornando alle nostre macchine riceviamo la notizia che i comandanti militari giordani hanno dato l'ok per consentirci di arrivare fino al confine con la Siria. Non senza un comprensibile pizzico di preoccupazione, ci affidiamo ai nostri accompagnatori e si parte. 

Al confine ci rechiamo al comando di frontiera, dove incontriamo un generale che è il numero 2 dell'intero comando di confine con la Siria. Non nascondo che mi sono trovato un po' a disagio nell'improvvisare un discorso ufficiale accanto a un generale (tralasciamo i nomi, così come ci hanno chiesto) dell'esercito giordano.

Ma il disagio dura poco: i suoi uomini sono quelli che hanno gestito la primissima accoglienza da quando è scoppiata la guerra civile in Siria. Sono loro che accolgono i profughi, a un ritmo che va dai 2.000 ai 5.000 al giorno.

All'inizio c'erano solo i militari ad accogliere i profughi, ma ora c'è una forte collaborazione con l'UNICEF, e non è un caso che veniamo accolti in pompa magna dal numero due del Comando generale.

Il generale ci spiega che ha apprezzato nei suoi interlocutori dell'UNICEF la perseveranza nel sostenere sempre i bambini prima di tutto "Children first!". Noi ascoltiamo commossi, attoniti e orgogliosi. 

Nel punto di frontiera dove ci troviamo avvengono le richieste di passaggio per curare i feriti dei bombardamenti del governo siriano: vengono curati in Giordania e, non appena possono, tornano in territorio siriano, che in quella zona è controllato dagli oppositori del Syrian Free Army [l'Esercito Siriano Libero (ESL) è la principale forza militare di opposizione al regime di Damasco].

I militari ci mostrano che a meno di 100 metri c'è la torretta del Syrian Free Army. La prima sensazione è quella dell'assurdità della guerra e del concetto stesso di confine tra popoli così simili tra loro. Sembra così stupido che la gente si ammazzi...
  

La sporca guerra delle "bombe-barile", le armi che mutilano i bambini

In questi pensieri siamo interrotti dai militari che ci spiegano che nella mattinata erano state lanciate dall'aviazione siriana due "bombe-barile", le famigerate barrel bomb [bombe contenute in fusti metallici pieni di esplosivo e frammenti metallici, che uccidono e mutilano su un largo raggio], una a 5 e una a 9 km. dal confine.

Ci rechiamo al vicinissimo ospedale da campo della frontiera. Qui il comandante sanitario ci spiega che a causa di queste bombe sono stati portati d'urgenza 5 feriti gravi: uno è deceduto, mentre gli altri 4 dopo le prime cure sono stati trasferiti all'ospedale giordano più vicino. 

Mentre ce ne stiamo andando vediamo delle persone che si avvicinano dalla parte siriana del confine. Vengono a reclamare il cadavere del loro congiunto. I militari giordani si organizzano per consegnare la salma, e noi per rispetto ci allontaniamo. I militari apprezzano molto il nostro gesto, ci salutiamo e continuiamo la nostra visita.

Concludiamo la giornata di oggi ad Amman, capitale della Giordania, visitando un Centro di riabilitazione tenuto da un'organizzazione giordana che assiste i bambini siriani mutilati dalla guerra.

Parliamo con loro, C'è chi è stato colpito da un missile mentre era in macchina con i propri genitori, chi è stato vittima di una barrel bomb

Sono molto sereni, sorridono sempre e sembrano felici di poter raccontare le loro storie. Qui vengono loro applicate le protesi idonee e prestata la necessaria riabilitazione fisioterapica per poterle usare con scioltezza. Sono così felici quando possono tornare a camminare!
 

Restare umani

Nel centro incontriamo anche una coppia di registi indipendenti siriani che stanno facendo il casting per un film-documentario sulla conseguenza della guerra civile sui bambini. È il segno di una società civile siriana che cerca di reagire agli orrori della guerra con l'aiuto della società civile giordana. 

In questo caso l'UNICEF fa da collante, da ponte tra realtà diverse. E i ponti sono davvero indispensabili per costruire nuove strade!

È stata una giornata molto intensa. Affiora la stanchezza e sono tanti i sentimenti che abbiamo accumulato in tutte le visite che abbiamo fatto. Davanti ai nostri occhi scorrono gli occhi di tutte le bambine e i bambini che abbiamo incontrato, abbracciato e ascoltato. 

Gli occhi appassionati degli operatori UNICEF che abbiamo ammirato. Qualcuno di noi cede e da spazio alle lacrime: è giusto così, non si riesce a tenere tutto dentro, non è umano. Come non è umana questa guerra, anche se è voluta da uomini...

Sento forte l'orgoglio di lavorare per l'UNICEF. Il lavoro che facciamo sul campo è indispensabile e efficace allo stesso tempo. 

Sento forte il dovere di ringraziare i nostri donatori e di spingerli a donare ancora perché non possiamo lasciare soli i vari Amin, Khaled, Ismail, ecc....

Una doccia veloce, a cena cerchiamo di stemperare la tensione, abbiamo bisogno di riprenderci perché domani si andrà ad Azraq, un altro campo profughi...


 
 

01/06/2015

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