La storia di Manuela, nata in Italia da genitori egiziani

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13/11/2012

 
“Sono nata a Roma. E per 18 anni, agli occhi dello Stato, sono rimasta straniera”. Manuela parla spedita. Ha la convinzione di una donna e l’intraprendenza fresca di chi si confronta dialetticamente con il mondo degli adulti.
 
Mamma egiziana, come il papà che per primo ha raggiunto l’Italia 22 anni fa e oggi è – paradossalmente – l'unico della famiglia ancora senza cittadinanza.
 
Eccolo, il burocraticentrismo: famiglia di origini straniere composta da cinque persone, quattro ormai italiane, uno eternamente aggrappato al permesso di soggiorno. E quell’uno, vive, lavora e paga la tasse da 22 anni.
 
“Pensavo che, compiuti i 18 anni, il riconoscimento della cittadinanza fosse questione di automatismi. E, invece, sono andata incontro io ai miei diritti”.
 
Infatti, se c’è qualcuno pronto a spiegarti che, appena spente le candeline della maggiore età, devi sbrigarti ad avviare la richiestala strada per il riconoscimento della cittadinanza italiana è in discesa.
 
Come per Manuela: un salto al Municipio, il passaggio per il Comune, certificato di frequenza scolastica e reddito familiare alla mano, e diventi cittadina italiana in pochi mesi. Se va bene.
 
Ma se il vuoto d’informazione ti ha già fagocitato, non c’è speranza: cadi nel baratro dell’eterno ritorno. E la cittadinanza diventa una chimera, nel corto circuito delle scartoffie.
 
“Parlo spesso con i miei amici di altri paesi e l’anomalia italiana sembra ancora più evidente. Possibile che, se sei nata in Italia da genitori immigrati e hai frequentato tutte le scuole in Italia non risulti cittadina italiana?

Quando me lo chiedono, ripeto la domanda a me stessa. Assurdo, ma è così”.
 
Ancora più assurdo, se magari hai pure una storia felice: integrazione perfetta, nessun particolare episodio di discriminazione. Anche a scuola di Manuela intuiscono l’origine solo quando il professore fa l’appello. E il cognome suona “straniero”.
 
Che differenza fa, dunque, il pezzo di carta? Fa, per esempio, che sei hai solo il permesso di soggiorno non puoi allontanarti dall'Italia e ad esempio andare in vacanza all’estero. Come tutti i tuoi amici.
 
Manuela, è rimasta sola a Roma per sei anni, mentre la famiglia tornava in Egitto. Da quando sulla carta d’identità c’è scritto cittadinanza italiana ha già fatto un viaggio in America e ora sogna di studiare Economia in FranciaEcco, qual è la differenza. 
 
“Della mia cultura d’origine credo di avere ereditato il senso del dovere e l'appartenenza alla grande comunità dei copto-ortodossi. A casa, dove si mangia un po’ egiziano un po’ italiano, si parla anche di relazionalità. In Egitto la donna ha ancora forti condizionamenti.
 
Quando vedo mia madre che, pur nel rispetto dei ruoli, non rinuncia a una passeggiata con le amiche penso che questa libertà, in Egitto, senza uomo al seguito, sarebbe mal vista”.
 
“La cultura influisce molto: le opportunità sono anche questione di classe. Tra i più poveri, sull’altra sponda del Mediterraneo, vigono restrizioni ancora molto forti. Chi ha possibilità economiche, invece, guarda al contesto internazionale e spesso va incontro a maggiori opportunità”.
 
Manuela si tiene strette le sue tradizioni e non fa sconti a nessuno appena nomini il merito: “Andrò a studiare in Francia perché all’estero le Università funzionano. Di qui a poco saranno le nuove generazioni a prendere per mano il Paese, ma senza strumenti e senza fiducia non andremo lontano. Ci sono ragazzi, fuori dagli stereotipi, che vogliono davvero cambiare le cose. E che non accettano scorciatoie. Solo guardandoci intorno, e superando il disinteresse generale, potremo migliorare”.
 
Manuela compirà 19 anni a ottobre. Guai a imporle cosa può o non può fare. Lo ripete spesso: “Io so cosa è giusto o sbagliato per me. Io sono libera dai pregiudizi degli adulti”.
 
Sembra voglia urlare “lasciami stare”. In realtà, rivendica solo il suo legittimo “lasciatemi fare”Come chi vuole sporcarsi le mani e “ripulire” almeno una parte di mondo.
 

13/11/2012

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